Progetto educativo

Scritto da La Direzione. Postato in Documenti Offerta Formativa

            “Se vogliamo che un messaggio d’amore sia udito, spetta a noi lanciarlo”
Madre Teresa di Calcutta

 Premessa

 Il progetto educativo nasce da scelte comuni di fondo condivise e rappresenta l’elemento di passaggio e declinazione verso una progettazione più concreta di esperienze da offrire ai bambini. Questo ci fa comprendere come il progetto educativo sia un’occasione di confronto e impegno per la crescita sia dei bambini sia degli adulti coinvolti nell’agire educativo e richiami con forza alla corresponsabilità.

Per un’autentica educazione è fondamentale osservare la realtà in tutte le sue dimensioni; questo è il primo criterio che guida ed orienta un progetto educativo dove lo sguardo è “su, per e con” i bambini. Tale passaggio ci porta a definire che sono i criteri educativi[1]:

  • ·         La consapevolezza che la realtà è all’origine di ogni processo educativo perché lo accompagna in ogni passo e ne diventa termine di paragone;
  • ·         Il considerare che la tensione alla verità è il fine ultimo di ogni conoscenza, a qualunque livello;
  • ·         Il ruolo fondamentale della famiglia come primo e sostanziale ambiente educativo;
  • ·         La continuità, la congruità e la coerenza;
  • ·         Lo sguardo del personalismo cristiano come fondamento dello sguardo ai bambini e alle famiglie;
  • ·         L’impegno che ogni azione educativa congiunta salvaguardi la spontaneità dei bambini e la libertà.


 

Educazione armoniosa e globale

 J. Delors afferma che l’educazione si colloca al centro dello sviluppo sia della persona sia della comunità; il suo compito è quello di consentire a ciascuno di sviluppare pienamente i propri talenti e di realizzare le proprie potenzialità creative, compresa la responsabilità per la propria vita e il conseguimento dei propri fini personali.

L’educazione nel corso della vita è basata su quattro pilastri: imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme e imparare ad essere.

  1. 1.       Imparare a conoscere, combinando una conoscenza generale sufficientemente ampia con la possibilità di lavorare in profondità su un piccolo numero di materie. Questo significa anche imparare ad imparare, in modo tale da trarre beneficio dalle opportunità offerte dall’educazione nel corso della vita.
  2. 2.       Imparare a fare, allo scopo d’acquistare non soltanto un’abilità, ma anche, più ampiamente, la competenza di affrontare molte situazioni e di lavorare in gruppo.
  3. 3.       Imparare a vivere insieme, sviluppando una comprensione degli altri ed un apprezzamento dell’interdipendenza (realizzando progetti comuni e imparando a gestire i conflitti) in uno spirito di rispetto per i valori del pluralismo, della reciproca comprensione e della pace.
  4. 4.       Imparare ad essere, in modo tale da sviluppare meglio la propria personalità e da essere in grado di agire con una crescente capacità di autonomia, di giudizio e di responsabilità personale. A tale riguardo, l’educazione non deve trascurare alcun aspetto del potenziale di una persona: memoria, ragionamento, senso estetico, capacità fisiche e abilità di comunicazione.

 

Al centro: il bambino

Il bambino è posto al centro della nostra azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. Sin dai primi anni di scolarizzazione è importante che gli insegnanti definiscano le loro proposte in una relazione costante con i bisogni fondamentali e i desideri dei bambini e degli adolescenti. La scuola è il luogo dove si pongono le basi del percorso formativo dei bambini e degli adolescenti sapendo che esso proseguirà in tutte le fasi successive della vita. In tal modo la scuola fornisce le chiavi per apprendere ad apprendere, per costruire e per trasformare le mappe dei saperi rendendole continuamente coerenti con la rapida e spesso imprevedibile evoluzione delle conoscenze e dei loro oggetti.[2]

La scuola è il luogo dove il bambino, non sviluppa solo l’aspetto cognitivo ma in particolare negli anni relativi all’infanzia, sviluppa anche l’affettività. Edgar Morin () dice infatti, che vi è una relazione stretta tra intelligenza e affettività: la facoltà di ragionare può essere ridotta, se non distrutta, da un deficit di emozione; la capacità emozionale è indispensabile alla messa in opera di comportamenti razionali. Non esiste quindi un piano superiore della ragione che domini l’emozione, bensì un anello che unisce intelletto e affetto.[3]

L’educazione deve necessariamente occuparsi degli aspetti cognitivi e degli aspetti affettivo-relazionali, tanto più nei primi anni vita del bambino, poiché è questo il periodo in cui si determinano quei sistemi comportamentali che poi metterà in atto nel corso della vita.

Don Orione, attribuisce grande importanza al ruolo dell'affettività nella formazione integrale della persona. Secondo lui «è il cuore che governa la vita, non l'ingegno; onde già i latini dicevano: "Córculum quod facit homines"; un po' di cuore, è il cuore che fa l'uomo».[4] Il cuore è la porta attraverso cui entrano tutti i valori. Questi, una volta calati quasi impercetti­bilmente nel cuore e consolidati con forti convinzioni di ragione e di fede, formano personalità forti, quali sono richieste oggi dal mondo e dalla Chiesa. La verità esistenziale, quella che conta per l'uomo, è esperienza di bene prima ancora che conoscenza intellettuale.[5]

Il nostro interesse è il buon sviluppo della persona, è creare nel bambino, attraverso l’educazione, uno stile di attaccamento sicuro[6] ossia, un bambino che si sente libero di esplorare il mondo, capace di sopportare distacchi prolungati, che non ha alcun timore di abbandono, che ha fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri. è un bambino con un Sé positivo e affidabile e dove l’emozione predominante è la gioia. è quel bambino che in caso di difficoltà si rivolge all’adulto considerandolo una “base sicura”.

Diventa qui necessario chiarire quanto il ruolo degli adulti in gioco nell’educazione del bambino quindi la famiglia e la scuola, devono essere quella “base sicura” che permette al bambino di organizzare ciò che Bowlby definisce come “modelli operativi interni”. Nella sua esperienza affettiva il bambino organizza delle rappresentazioni mentali che sono in grado di raffigurare con sufficiente coerenza l’esperienza vissuta nelle relazioni interpersonali con le persone che si prendono cura di lui.

Pertanto la disponibilità, le cure, il calore emotivo, la protezione, il conforto e l’autorevolezza rappresentano i comportamenti più significativi che l’adulto può mettere in atto nei confronti del bambino affinché egli possa sviluppare delle relazioni con gli altri altrettanto basate sulla sicurezza, sulla fiducia, su una regolazione emozionale equilibrata, su una ricerca di conforto nei momenti di disagio.

Per la scuola è di fondamentale importanza, al fine di permettere la base sicura per il bambino, valorizzare le potenzialità dei genitori, fornire loro gli strumenti per essere empatici e incoraggianti nei confronti dei loro figli e degli altri. La scuola attraverso la corresponsabilità si impegna a far acquisire ai genitori conoscenze sullo sviluppo dei figli, ma li mette anche in condizione di maturare consapevolezza riguardo ai propri stili educativi e ai valori cui essi si riferiscono. Allo stesso modo essa deve favorire lo sviluppo delle competenze relazionali dei genitori, mettendoli in grado di riconoscere le loro fallibilità e le loro emozioni.

La Milani porta l’esempio del genitore “autocentrato”, che si sente onnipotente e che in quanto tale non potrà che condizionare in maniera negativa la relazione con il figlio. Al contrario un genitore capace di ascolto empatico, in grado di “mettersi nei panni dell’altro” potrà più facilmente riconoscere i sentimenti del figlio e condividerli con lui, sarà in grado di attivare una relazione significativa anche quando dovrà autorevolmente opporre un diniego.[7]

Abbiamo il dovere di promuovere una adeguata circolarità della comunicazione, in maniera tale che tutti possano esprimere le proprie opinioni e mettersi in discussione, sempre nel rispetto delle proprie specificità.

La Scuola materna San Pio X, si impegna ad essere anch’essa, oltre alla famiglia, una base sicura per i bambini. Le insegnanti e tutto il personale hanno a cuore la crescita sana ed equilibrata del bambino realizzabile solo a partire da un rapporto di corresponsabilità.

 

Corresponsabilità

Il concetto di base sicura è il fondamento su cui poi si esplicita la relazione educatore-bambino, indispensabile per attuare l’intervento educativo. Alleanza questa che è attuabile solo nella misura in cui si concretizza anche tra insegnante e famiglia, tra Scuola, in quanto istituzione, e famiglia.

Il concetto fondamentale cui dà corpo la corresponsabilità è la continuità educativa, un principio invocato da tutti per la realizzazione di un’educazione efficace, ma spesso frainteso o concepito in termini riduttivi come semplice passaggio dolce, non traumatico, da un ambiente ad un altro. Sarebbe inoltre insufficiente una continuità concepita solo come successione lineare di ambienti, come se la famiglia dovesse preparare alla scuola e la scuola dovesse strumentalmente adeguarsi alle dinamiche e ai codici comunicativi della famiglia per poter svolgere al meglio la propria autonoma funzione educativa.

Continuità non è solo il passaggio sereno dalla casa alla scuola. E’ importante ma non basta. La famiglia non esaurisce il suo compito – la sua responsabilità – una volta che il bambino è ben inserito nel contesto scolastico; deve continuare ad interagire con la scuola, sia sostenendone il lavoro, sia presentandole le proprie legittime esigenze educative. Continuità vuol dire dialogo ininterrotto fra scuola e famiglia, per coordinare al meglio le rispettive azioni mediante una messa a punto costante. Ovviamente, la comunicazione è bidirezionale; non è solo la famiglia a chiedere alla scuola interventi particolarmente mirati, ma è anche la scuola a sollecitare nei genitori comportamenti coerenti con l’educazione impartita dalla scuola.[8]

Per esercitare la corresponsabilità non si può prescindere da alcuni atteggiamenti che ciascuno, scuola e famiglia, è chiamato ad esercitare nei confronti dell’altro:


- Dialogo empatico: la riuscita dell'intervento educativo dipende in buona parte da questo aspettoossia dalla capacità di mettersi in relazione avendo come fine la comprensione dei pensieri e degli stati d’animo dell’interlocutore. Esige di mettere in secondo piano il proprio modo di percepire la realtà per dare spazio alle esperienze e percezioni dell’altro.


- Stima: ci si pone dinanzi all'altro con un atteggiamento che valorizza ed accentua doni e qualità. Significa comunicargli che è una persona che vale. Significa accogliere tutto quello che l'altro ci dice-offre e da parte nostra mostrare un concreto e fattivo interessamento. Si tratta di riconoscere le competenze altrui, rispettandole e valorizzandole.


- Fiducia: in primo luogo l'altro è un'opportunità ed una potenzialità. Si tratta di un'opportunità per fare del bene. Si tratta di una potenzialità perché se accompagnato sarà qualcuno di speciale ed unico. Non esiste mai il: “ormai non c'è più niente da fare”, ma solo un: “può cambiare”. Questo significa investire l'altro come parte attiva del processo educativo. Significa procedere rendendolo compartecipe e corresponsabile del processo affidandogli richieste, incarichi e corresponsabilità equilibrate alla sua capacità. Significa costantemente promuovere e rinforzare positivamente ogni passo di avanzamento.

 Alla luce del Vangelo

 

L’ispirazione cristiana della scuola si esprime proprio attraverso questa educazione armoniosa e globale dei bambini, con la proposta di esperienze che diventano così fondanti per la loro vita.

Proprio perché la Scuola fonda il suo essere sul Vangelo; vi è il desiderio di valorizzare la ricchezza dei doni che Dio ci ha benevolmente consegnato. Esistono due precondizioni che permettono l’attuazione di una idea cristiana di scuola. La prima riguarda la testimonianza personale richiesta a chi a vario titolo agisce nella realtà educativa. La seconda riguarda la messa a punto di un idoneo ambiente educativo e cioè la realizzazione di un luogo ricco di relazioni umane che condividono un medesimo progetto. Un ambiente dove ci si sente a casa e dove non soltanto il sapere, ma anche le emozioni e gli affetti sono condivisi.

 Pertanto l’opera dei docenti, che sono uomini e donne di sicura scelta di fede, si traduce in una testimonianza di valori cristiani. Sono persone, che avendo Gesù come miglior modello di educatore, si sforzano di essere coerenti per essere a loro volta modello ideale agli occhi dei bambini, adulti di aggiornata formazione culturale e matura competenza professionale. L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla. La passione educativa è una vocazione, che si manifesta con un’arte sapienziale acquisita nel tempo. L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale. L’educatore si impegna a servire nella gratuità, ricordando che “Dio ama chi dona con gioia(2Cor 9,7).[9] 

 Concludendo la nostra scuola, in quanto parte della comunità educante, ha come obiettivo la promozione dello sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione. Dice Paolo VI “la vera formazione consiste nello sviluppo armonioso di tutte le capacità dell’uomo e della sua vocazione personale, in accordo ai principi fondamentali del Vangelo e in considerazione del suo fine ultimo, nonché del bene della collettività umana di cui l’uomo è membro e nella quale è chiamato a dare il suo apporto con cristiana responsabilità”.

Come ha insegnato Don Orione i protagonisti dell’educazione vanno considerati come padre e figlio. L’educatore in un certo senso incarna da un lato la paternità di Dio e dall’altro, la funzione del padre di famiglia; quindi l’ideale di educazione si potrà perseguire solo nella misura in cui si assume un atteggiamento di amore nei confronti dell’allievo. Nella scuola è necessario che sia tutto verità ciò che si insegna; quella verità che nutre, che non inaridisce il cuore perché non è mai disgiunta dalla virtù e dalla carità.[10]

Proprio attraverso la corresponsabilità ci impegniamo a testimoniare l’amore quale fondamento indispensabile nella relazione che porta alla piena realizzazione della persona.

 

La “scienza della carezza” manifesta
due pilastri dell’amore: la vicinanza e la tenerezza.
E «Gesù conosce bene questa bella scienza».
Papa Francesco



[1]Rossi B. (2013), Creature nel creato: l’esperienza dell’educazione morale nell’infanzia come veicolo di costruzione di un futuro di pace”, articolo estratto dalla rivista Prima i bambini 212: p. 47.

[2] Miur (2012), “Indicazioni nazionali per il curriculo per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo”: p. 5.

[3]Morin (2007), “I sette saperi”, Raffaello Cortina Editore: p. 19

[4] Don Orione – Fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza e delle Piccole Suore Missionarie della Carità, santificato da Giovanni Paolo II nel 2004, ha definito il suo sistema educativo, un sistema paterno –cristiano proprio perché caratterizzato da un’attenzione particolare all’amore paterno e all’insegnamento della verità.

[5] Progetto educativo orionino (1994): p. 30;

[6] Stile di attaccamento: secondo la teoria dell’attaccamento di Bowlby, il bambino già dai primi anni di vita, sperimenta uno stile di relazione con la figura di riferimento, adulto che si prende cura di lui, detto appunto caregiver. Tale stile di relazione (legame di attaccamento), per Bowlby è molto importante poiché da questo dipende un buono sviluppo della persona: stati di angoscia e depressione, in cui un soggetto si può imbattere durante l’età adulta, possono essere ricondotti a periodi in cui la persona ha fatto esperienza di disperazione, angoscia e distacco durante l’infanzia. Secondo Bowlby il modello di attaccamento ossia la relazione stessa con la figura di riferimento, sviluppatosi durante i primi anni di vita, diviene successivamente un aspetto della personalità e un modello relazionale per i futuri rapporti.

[7]Milani P. (2001), “Manuale di educazione familiare. Ricerca, intervento, formazione”. Erickson, Trento: p. 336

 

[8]Cicatelli S. (2009), “Famiglia e scuola dell’infanzia”, 20 – I Quaderni della Fism di Como: p. 35

[9] CEI (2010), Educare alla vita buona del Vangelo: p.10

[10] Progetto educativo orionino (1994): pp. 62 e 65