Beati i misericordiosi perchè troveranno misercordia

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LA MISERICORIDA DI CRISTO

di Padre Raniero Cantalamessa


Partendo, come sempre, dall’affermazione che le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, anche questa volta ci poniamo subito la domanda: come ha vissuto Gesú la misericordia? Che cosa ci dice la sua vita su questa beatitudine?

Nella Bibbia, la parola misericordia si presenta con due significati fondamentali: il primo indica l’atteggiamento della parte più forte (nell’alleanza, Dio stesso) verso la parte più debole e si esprime di solito nel perdono delle infedeltà e delle colpe; il secondo indica l’atteggiamento verso il bisogno dell’altro e si esprime nelle cosiddette opere di misericordia. (In questo secondo senso il termine ricorre spesso nel libro di Tobia). C’è, per così dire, una misericordia del cuore e una misericordia delle mani.

Nella vita di Gesú risplendono entrambe queste due forme. Egli riflette la misericordia di Dio verso i peccatori, ma si impietosisce anche di tutte le sofferenze e i bisogni umani, interviene per dare da mangiare alle folle, guarire i malati, liberare gli oppressi. Di lui l’evangelista dice: “Ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17).

Nella nostra beatitudine il senso prevalente è certamente il primo, quello del perdono e della remissione dei peccati. Lo deduciamo dalla corrispondenza tra la beatitudine e la sua ricompensa: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”, s’intende presso Dio che rimetterà i loro peccati. La frase: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”, viene spiegata subito con “perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6, 36-37).

È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesú è: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.

Ma chi erano i peccatori, chi veniva indicato con questo termine? In linea con la tendenza oggi diffusa di scagionare del tutto i farisei del vangelo, attribuendo l’immagine negativa a forzature posteriori degli evangelisti, qualcuno ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori deliberati e impenitenti della legge” (1), in altre parole i delinquenti comuni e i fuori legge del tempo.

Se fosse così, gli avversari di Gesú avevano effettivamente ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi, camorristi e criminali in genere, e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.

In realtà, le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro prassi. Gesú non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori, non giustifica le frodi di Zaccheo o l’adulterio della donna. Il fatto di chiamarli “i malati” lo dimostra.

Quello che Gesú condanna è di stabilire da sé qual è la vera giustizia e considerare tutti gli altri “ladri, ingiusti e adulteri”, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi (2).