LA DISCIPLINA…. VIA PER LA VERA LIBERTA’

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Tratto da "Elogio della disciplina" di Bernhard Bueb

Bambini e giovani sognano la libertà di poter agire a loro piacimento e aspirano ad una vita senza regole né divieti od ordini. Pippi Calzelunghe incarna proprio questo concetto di libertà assoluta: vive in un’anarchia fantasiosa, soddisfacendo così il bisogno infantile di indipendenza, inoltre i bambini ammirano il suo coraggio nell’affrontare nuove avventure e vorrebbero essere altrettanto intrepidi. Pippi Calzelunghe realizza il sogno fiabesco di un paradiso della libertà, legato al potere di scacciare chi è d’ostacolo all’indipendenza.

Ma cosa è la libertà?

Giovani, ma anche molti adulti tendono a commettere un errore fondamentale, facendo collimare la libertà con l’indipendenza. Pensano di essere liberi quando si rifiutano di obbedire ad una autorità, e dunque si credono liberi da qualunque controllo. Proprio come Pippi Calzelunghe.

La libertà va ben oltre l’indipendenza, poiché essa indica la volontà e la capacità di porsi un obiettivo, di accordarlo a dei valori morali, di saperlo conciliare con la propria vita e di perseguirlo con costanza. Questo è il frutto tardivo di un lungo processo di sviluppo dove si passa da disciplina a autodisciplina.

In tal caso, diventano fondanmentali concetti come “autorità” e “obbedienza”. I giovani, come i bambini, hanno un forte desiderio di autorità: hanno bisogno dell’autorità di adulti che li guidini e li sostengano, che rappresentino dei modelli, che pongano loro degli obiettivi elevati, che stabiliscano dei limiti ma che al termpo stesso li incoraggino a oltrepassarli. Chi vuole imparare l’autodeterminazione deve avere prima imparato la sottomissione. Se l’educando non incontra nessuna autorità con cui potersi confrontare, il processo educativo fallisce, perché perde un punto di riferimento.

I genitori, devono accettare il potere e la responsabilità che ricadono su di loro con la nascita di un figlio. Non possono limitare questo potere cercando di creare presto un rapporto paritario con il bambino. I bambini hanno diritto a una chiara rivendicazione del potere da parte dei genitori: legittimato dall’amore, quel potere diventa autorità.

Soltanto quando i genitori esercitano quesa autorità il processo educativo ha un esito positivo.

Dobbiamo esigere dai bambini e dai giovani il rispetto per l’autorità delle persone più anziane, in particolar modo dei genitori.

In questo modo riusciremo insieme a formare uomini capaci di esercitare la vera libertà. 

La famiglia oggi ed il suo ruolo educativo

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Italia Amati

Psicologa psicoterapeuta

“(…) Il compito dei genitori è essenzialmente il privilegio (ed in verità si dovrebbe considerare un privilegio divino) di permettere ad un’anima di entrare in contatto col mondo al fine di evolversi”. (E. Bach).

Il periodo storico in cui stiamo vivendo è caratterizzato da profondi cambiamenti culturali, sociali, da uno sviluppo tecnologico sempre più innovativo e da condizioni di vita maggiormente frenetiche e stressanti. Queste trasformazioni epocali hanno un’inevitabile effetto sulla famiglia, sul rapporto uomo-donna, sulla funzione materna e paterna e anche sul rapporto tra genitori e figli. Per quanto riguarda il ruolo dell’educazione, la famiglia costituisce un punto di riferimento importante ma non è l’unico. Con l’ingresso nella scuola, il bambino esce dalla nicchia della famiglia ed entra in contatto con figure diverse da quelle a cui era abituato imparando a socializzare e ad integrarsi nel nuovo ambiente. Inoltre, rispetto al passato, contribuiscono alla formazione dei giovani e dei giovanissimi anche le informazioni provenienti dai mass media, dalla televisione e da internet. Oggi si è passati dalla famiglia con un “ruolo normativo” in cui si trasmettevano principi morali e norme sociali, alla famiglia “affettiva” orientata a negoziare tutto e a soddisfare i bisogni individuali dei figli, a evitargli sofferenze e frustrazioni. Stiamo sicuramente assistendo ad un’educazione in cui lo stile affettivo tende a predominare su quello normativo al punto di metterlo in secondo piano. Sarebbe esagerato ed anacronistico rimpiangere la figura genitoriale autoritaria che impartiva divieti ed obblighi, così come risulterebbe eccessivo da parte della famiglia considerare come primario l’aspetto affettivo e delegare alla scuola il compito di insegnare le regole. Anche l’educazione alle norme sociali è un’espressione d’affetto che i genitori trasmettono ai propri figli. È fondamentale che il bambino acquisisca un bagaglio di principi morali che gli permetta di vivere in mezzo agli altri e di riservarsi un suo posto nella società anche in vista dell’adolescenza e dell’età adulta. In questo modo a scuola, oltre ad apprendere nuove norme di comportamento, il bambino potrà avvalersi di quelle che già conosce e che appartengono alla sua educazione familiare. L’educazione, quindi, non consiste nell’applicazione rigida e rigorosa di principi o di un sistema di regole, divieti e premi che se vengono applicati mettono al riparo da eventuali deviazioni di comportamento.

L’educazione è un processo complesso che interessa la dimensione affettiva ed emotiva; è un incontro e un intreccio fra personalità e relazioni che il bambino sperimenta innanzitutto con i genitori, i quali svolgono un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.
L’azione educativa dei genitori non si limita solo a trasmettere corrette informazioni e norme di cultura ma si basa anche sugli affetti profondi che vengono trasmessi fin da quando il bambino è piccolo e che costituiscono la base sicura entro cui si creano relazioni sane.

Numerosi studi psicologici hanno sottolineato il particolare ruolo della madre e del padre nella crescita del figlio fin da quando egli è neonato. Il rapporto con la figura materna rappresenta una modalità affettiva e relazionale che mette in figura in particolar modo l’area della cura intesa come accoglienza, protezione, legame, calore, soddisfazione sollecita del bisogno, con la presenza di modalità anche sacrificali (dare tutto senza volere niente in cambio). Al padre, invece, è affidato il compito di favorire il processo di separazione dalla madre e di introdurre il figlio nel mondo più adulto e autonomo del sociale. Il rapporto con la figura paterna valorizza la capacità, l’esplorazione, l’efficienza, l’autonomia e l’indipendenza. La famiglia, quindi, è intesa sia come base di appoggio emotivo che come scambio di affetti. Essa è il luogo in cui l’individuo cresce e si adatta a vivere nel sistema sociale ma può anche costituire luogo di grandi conflitti, di fronte ai quali i genitori possono assumere due modalità comportamentali opposte e disfunzionali: o si dimostrano troppo rigidi arrivando a non tollerare i comportamenti aggressivi dei figli, coartandoli nell’espressione delle emozioni in generale; oppure si identificano con i figli trascurando in un certo senso il ruolo parentale, diventando “amici” dei loro figli, impedendoli così di imparare a controllare la propria aggressività. Queste situazioni si verificano soprattutto nella fase adolescenziale dei figli.

Al giorno d’oggi, l’adolescente vive in un contesto socio-culturale e tecnologico iperattivo, sovraccarico di stimoli che sembrano non lasciare spazio alla riflessione sul proprio futuro e al raggiungimento di certi obiettivi. Sembra che si sia assopita la capacità di introspezione, di analisi dei propri sentimenti e del proprio vissuto emozionale lasciando prevalere la soddisfazione immediata di bisogni primari relativi al presente. Così facendo è il tedio (la noia) che prende il sopravvento. I giovani sono spesso scontenti di ciò che fanno, della propria famiglia e delle proprie esperienze. In un contesto di questo genere, i genitori comunque rappresentato per i propri figli un modello di vita. Se noi adulti trasmettiamo efficacemente ai nostri giovani, affetto, valori, scopi, propositi che noi stessi seguiamo e condividiamo, i ragazzi acquisiranno creatività, interesse e passione nello svolgere le varie attività che arricchiranno la loro personalità. Quindi, per educare e responsabilizzare i figli, è forse opportuno ridare un significato più profondo alle cose, significato che è stato sicuramente inaridito dalla nostra cultura troppo consumistica e superficiale.
Fare il genitore è sicuramente un mestiere difficile, non esistono genitori perfetti: occorre la capacità di accettare i propri limiti e allo stesso tempo essere presenti nell’educazione dei figli, senza perdere di vista il proprio ruolo genitoriale, con il massimo impegno, amore ed entusiasmo offrendo loro la possibilità di crescere e di acquisire il senso profondo della propria esistenza.

La famiglia è esperienza di comunione necessaria per creare uno spazio educativo

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

(di Sigalini, vescovo)

La famiglia è luogo di ricerca di comunione tra le persone che a mano a mano che crescono si formano propri gusti, abitudini, pensieri, progetti, modi di pensare; incontrano difficoltà, offrono solidarietà; hanno bisogno di un luogo di confronto, di scambio, di accoglienza. Maturano esperienze di ricerca, affrontano il dolore, si allenano a decidere, soprattutto imparano ad amare.

La famiglia è il primo grande e necessario laboratorio della vita, la prima grande forza di confronto con la realtà più ampia che è la società, ma sempre a partire da una comunione naturale come è la famiglia. E’ sempre commovente vedere i genitori accompagnare a scuola per la prima volta i figli, quasi a passare un compito, non un affido o ancor meno un affitto, ma una collaborazione per dare al figlio la possibilità di costruirsi un futuro, una personalità capace di dialogo, di ragionamento, di pensiero, di strumenti espressivi, di forza ideale. La famiglia poi si accorge di non essere autosufficiente e chiede collaborazioni e aiuto a tutti, dialoga con la scuola, con la parrocchia, società e con le organizzazioni del tempo libero. La famiglia è il luogo e lo spazio indispensabile per educare la persona, il figlio, i bambini a vivere bene, a capire il senso della vita, a crescere, a credere.

 

SCUOLA E FAMIGLIA: INSIEME PER ESERCITARE LA CORRESPONSABILITA' EDUCATIVA

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Sintesi dell’articolo del Dr. Sergio Cicatelli, tratto da Famiglia e Scuola dell’Infanzia, Seminario nazionale Fism, Roma 28-29 novembre 2009 e altri autori

 La parola chiave del titolo è senz’altro “corresponsabilità”: un concetto poco frequentato dalla letteratura pedagogica ma indispensabile per l’azione educativa concreta che le scuole- e soprattutto quelle di ispirazione cristiana- devono condurre quotidianamente.

  1. Che cosa è la corresponsabilità educativa?
  2. Perché esercitare la corresponsabilità educativa?
  3. Come praticare la corresponsabilità educativa?

QUANDO I BIMBI LITIGANO...

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Tra bimbi litigare non fa male

di Mariella Bombardieri

(Tratto da Prima i bambini- bimestrale della Fism)

A Piacenza si è svolto il Convegno nazionale del Centro psicopedagogico per la pace nel quale sono stati presentati i risultati della prima ricerca pedagocia sui litigi dei bambini e delle bambine tra i 3 e i 10 anni. Daniele Novara, fondatore del Cpp ha introdotto la ricerca spiegando che i litigi infantili inducono spesso gli adulti ad interventire anche se è ampiamente dimostrato che ciò non funziona e che è piuttosto utile aiutare i bambini ad autoregolarsi.

Attraverso il litigio imparano a stare insieme, a conoscere le proprie risorse e i propri limiti, ad apprendere dai loro errori, accogliere il punto di vista dell'altro. La ricerca si è svolta tra il dicembre 2011 e il maggio 2012 in alcune scuole, coinvolgendo 190 bambini della scuola primaria e 275 della scuola dell'infanzia. I risultati hanno dimostrato che nei litigi ha poco senso cercare i colpevoli, nè tantomeno correggere i comportamenti sbagliati, oppure dare la soluzione giusta.

In tutti i casi i bambini subiscono le scelte dell'adulto perdendo le loro capacità autonome di gestire i conflitti. Quindi qual'è il ruolo dell'adulto?

Non quello di spegnere il litigio ma piuttosto di fare parlare fra loro i piccoli litiganti dandosi la versione reciproca e aiutandoli a spiegare il proprio punto di vista. Si può usare la scrittura o il disegno. In questo modo si stemperano le emozioni più accese e si scoprono i punti di vista emergenti. Fatto questo, l'adulto invita i bambini a trovare da soli un accordo che viene scritto.

Cooperare e non competere

Non si prevede che l'adulto chieda: "Chi è stato? Chi ha iniziato?" e nemmeno che l'adulto punisca, giudichi o imponga la soluzione. Serve fare due passi indietro e due avanti. Due pass indietro: non cercare il colpevole, perchè il buon educatore aiuta i bambini a fare da soli e spesso quando interviene il problema si aggrava; non imporre la soluzione come adulti, perchè spesso non corrisponde alla sostenibilità relazionale del bambino. Due passi avanti: favorire la versione reciproca, che permette loro di spiegare; favorire l'accordo sapendo che è più importante lo scambio di ragioni che le conclusioni.
Imparare in modo maieutico a risolvere i conflitti permette lo sviluppo di alcune funzioni e capacità proiettive molto utili per l'educazione dei bambini.

Capacità auto regolative: saper uscire da una visione individualistica favorendo il confronto. Capacità di decentramento: saper vedere il punto di vista dell'altro, la realtàè fatta di molti aspetti. Capacità creativa: saper trovare soluzioni nuove. Molti adulti si limitano ad interventi che mirano ad inbire, sgridare, punire o colpveolizzare. Si tratta di portare i figli, alunni, nipoti ad individuare, di volta in volta, la modalità che consente di lavorare, giocare insieme senza litigare. Cooperare invece di competere in modo aggressivo. Si tratta di fronire ai bambini gli elementi per orientarsi, lasciando poi a loro tempo e la tranquillità necessari per trovare la soluzione.