PORTARE UN FIGLIO E SAPERLO METTERE GIU

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Abbiamo iniziato a vedere che è fondamentale vivere la buona dipendenza, il buon contenimento. Significa che c’è anche una cattiva dipendenza/contenimento ?

La cattiva dipendenza è quella che:

-   tiene piccolo il bambino, lo tiene “legato” a noi, lo vuole proteggere da tutto;

-   tarpa le ali al volo dei suoi desideri, non gli fa sentire piena fiducia, limita e spegne le sue iniziative, non gli permette di vivere e sopportare un poco di frustrazione;

-   così riduce la possibilità che scopra la sua identità e le sue risorse e viva più felice l’avventura della crescita e della sua vita.

Il contenimento dei genitori è invece “buono” quando:

-   protegge il bambino dall’attardarsi in una “cattiva” dipendenza dai grandi e lo chiama a crescere;

-   dice al bambino parole importanti: “Papà e mamma vogliono che tu cresca, crediamo che ce la puoi fare, noi ci siamo ma non ci sostituiamo sempre a te, sappiamo che sei capace di imparare, anche ad obbedire e a tollerare un po’ di frustrazione”.

Anche se le parole non sono esattamente così, sono queste che un bambino sente dentro la piccola regola che gli mettiamo, la cosa che gli chiediamo, le fatiche e le frustrazioni che gli facciamo vivere: può essere la piccola attesa del neonato, il gioco che non gli compriamo anche se insiste allo spasimo, i compiti che gli lasciamo fare da solo anche se non è proprio ordinato come noi…

- sempre le regole e i confini giusti sono un movimento di crescita e fiducia: a partire dalla breve attesa, fanno scendere il bambino dalle nostre spalle, lo mettono giù per terra, sulla terra della realtà.

Cioè chiamano il bambino a lasciare il mondo dell’onnipotenza del primo periodo, per stare dentro la realtà, che non è solo fatta di piacere e dove gli latri, il tempo, lo spazio e le cose non sono sempre a nostra disposizione e occorre imparare ad esprimere se stessi in modo adeguato e rispettoso di sé e degli altri. Allo stesso tempo le regole gli trasmettono sicurezza, rispetto e fiducia, lo invitano a muovere i suoi passi, a spendere le sue risorse.

Il service learnig

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

L’espressione service learningfa riferimento a un metodo didattico che fonde due idee: il servizio per la comunità (service) e l’apprendimento (learning).

In una società che funziona è importante che ciascun individuo si faccia carico delle proprie responsabilità al fine di assolvere autonomamente ai propri compiti. L’obiettivo del service learning è quindi quello di rendere i cittadini sensibili alle esigenze della società, potenziando il principio di convivenza civile e democratica.

Questo metodo innovativo prevede quindi la costruzione di specifiche situazioni didattiche che hanno lo scopo di favorire lo sviluppo delle competenze metodologiche, professionali e sociali degli studenti. Le attività didattiche partono da situazioni problematiche reali e fanno sì che gli studenti siano parte attiva nel processo di apprendimento.

Per parlare di service learning è necessario che le attività programmate leghino sempre il servizio e l’apprendimento, ossia bisogna che le attività non siano pensate occasionalmente e che non siano viste come un modo per creare delle esperienze extracurricolari. Il service deve essere un complemento ben integrato del learning.

Dire sì a se stessi

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Pier Paolo Gobbi

Quanti genitori si sentono tutti “occupati” dal figlio? O si lamentano che i figli “non sanno fare niente da soli”?

I bambini hanno diritto di essere accolti, ascoltati, amati, aiutati, compresi, ma non hanno il diritto di occupare e invadere costantemente tutta la nostra vita, il tempo e lo spazio, di essere accontentati in tutto e di farci rinunciare ai nostri giusti bisogni e desideri.

Quando i limiti e i confini in casa, in famiglia, tra i membri sono chiari, i bambini stanno meglio e noi con loro.

Il bambino fa il suo mestiere, come sempre, ma tocca a noi iniziare presto a insegnargli due degli aspetti più importanti per la sua buona crescita:

-          anche noi abbiamo i nostri bisogni, tempi e spazi;

-          non siamo a sua completa disposizione né ci facciamo comandare.

Occorre farsi forza per riuscire in questo, perché può venirci da pensare di non essere dei buoni genitori o di fargli un torto nel privarlo di ciò che gli spetta di diritto. Invece spesso dire “sì” a se stessi è il modo migliore di dire “sì” anche al nostro bambino.

I bambini più sereni e contenti sono quelli che hanno imparato a gestire anche i propri tempi di “solitudine” e noia, quelli ai quali è stato insegnato a fermarsi, ad ascoltare, a stare in silenzio per un tempo ragionevole fin da piccoli, a rispettare i confini tra sé e i propri genitori, a essere rispettati nei propri confini.

Anche questo è un buon contenimento, che offriamo loro e servirà, statene certi. La fatica che ci può costare è ben spesa.

I RITMI DELLA VITA

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

di Pier Paolo Gobbi

I frutti della buona crescita si vedono stagione dopo stagione, ma occorre seminare e averne cura per tempo, non confidare solo nella bontà della natura o nello scorrere dei giorni.

Facciamo due esempi che sono interessanti per il nostro discorso sulle regole:

-          Il ritmo azione/immobilità: non può iniziare a sei anni, quando a scuola è chiesto ad un bambino di stare fermo nel banco cinque ore o più. Per stare fermo deve distinguere il tempo del gioco da quello dello studio, sapere ascoltare e parlare solo quando tocca lui, rinunciare al suo piacere immediato, aver imparato a regolare le sue emozioni, a sopportare l’alternanza di piacere e frustrazione, a prestare attenzione a quanto sta fuori e dentro di lui. Non deve essere troppo distratto dall’incertezza circa il proprio valore e l’amore dei genitori.

Queste cose iniziano quando il bambino è piccolo, se è contenuto dentro ritmi regolari di sonno e veglia, soddisfazione e frustrazione, gioco e riposo, parola e ascolto, rispetto del suo spazio e di quello degli altri, amore e presenza coerenti e pazienti. Significa che la buona e serena esperienza scolastica è preparata anche dai piccoli no e le regole quotidiane che gli poniamo, dalla fatica che facciamo e che gli chiediamo di fare. Potremmo allora chiederci: un bambino che fatica molto a “stare” a scuola, come ha vissuto e appreso queste cose in precedenza? Cosa ci dice la sua fatica di contenimento a scuola? Come aiutarlo?

 

-          Il ritmo solitudine/compagnia: anche la “buona” solitudine inizia da piccoli, quando il bambino rimane qualche volta da solo nella culla o sullo sdraietto e magari si annoia. Piange, chiama, si lamenta. Possiamo correre da lui, ma potremmo anche lasciare che “peschi” risorse dentro di sé, presti nuova attenzione all’ambiente, impari a intrattenersi e giocare con quello che c’è. Potrebbe pensare e ascoltare la sua vita interiore, senza che noi ci inventiamo sempre cose da fare per lui, lo intratteniamo o rinunciamo immediatamente al nostro tempo e ai nostri giusti bisogni. Potrebbe… Certo, se corriamo subito ogni volta, queste belle cose non le scopre, né a cinque mesi né a otto anni. Forse nemmeno a diciotto…

Osservando i bambini di varie età con i loro genitori, si notano molte differenze su questo aspetto: bambini lasciati troppo a lungo da soli anche se strillano per richiamare l’attenzione (in vari modi, anche disobbedendo o a volte per esempio, quando sono più grandicelli, andando male a scuola per essere finalmente oggetto di attenzione dai genitori…), altri che sono subito sempre presi in braccio, assistiti, giustificati, in vari modi (dal ciucco subito pronto, ai compiti compilati di notte dai genitori ansiosi e che sempre giustificano il figlio).

 

IL BUON CONTENIMENTO

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

di Pier Paolo Gobbi

Il buon contenimento dei genitori  “muove” il bambino, lo fa crescere e per questo lo introduce gradualmente nei ritmi della vita e gli consente di parteciparvi con il giusto equilibrio tra sé e gli altri, le cose, lo spazio e il tempo.

Cerco di spiegarmi: se pensiamo a quello che abbiamo fatto oggi, ognuno ha fatto tante cose, alcune simili, come dormire, mangiare, parlare, ascoltare, altre invece molto diverse. Ma tutti abbiamo vissuto dentro dei ritmi generali, delle “matrici” che hanno dato forma e ordine a quello che abbiamo fatto. Quali sono questi ritmi?

Il ritmo io/tu, piacere/frustrazione, solitudine/compagnia, vicinanza/distanza, dare/ricevere, ascolto/parola, azione/immobilità, velocità/lentezza: il bambino deve essere introdotto a vivere questi ritmi e non lo può fare senza la nostra amorevole e paziente presenza.

Nel primo anno di vita è la relazione con il corpo dell’altro che gli consente di iniziare a distinguere il sé da ciò che è altro da sé, il suo interno dall’esterno: tocca e viene toccato, spinge ed è spostato, ecc.

Sono cose naturali, ma non si pensa mai abbastanza che questa percezione del sé corporeo va a costruire progressivamente anche altri aspetti che sono le colonne della vita: la distinzione psicologica tra sé e gli altri, quella affettiva ed emotiva di sentirsi oggetto d’amore e di sapere a sua volta amare, la scoperta di avere pensieri, emozioni desideri che sono solo propri e non si confondono con quelli degli altri.