ll bambino immaginario

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Quando nasce davvero il bambino?

Il bambino nasce molto prima del parto. La prima fantasia, un vero prodotto mentale, è il cosidetto bambino immaginario, ossia quello che tutti noi, donne e uomini, abbiamo nella mente senza rendercene conto e che inzia a formarsi dai due anni di età, sviluppandosi poi per utta l0esistenza attraverso la stratificazione di fantasie e vissuti relativi alla propria infanzia. Con dolori, felicità, attese, premi. La somma di queti vissuti relativi alla propria infanzia continua anche nell'età adulta, con aspirazioni e progetti più o meno realizzati.
Quando due persone si trovano, si riconoscono, si innamorano e consapeovolemnbte procreano, ricercano il loro ideale di bambino immaginario. Ma sarà davvero così? in sala parto, a volte, i genitori dovranno affrontare la prima cocente delusione. Ogni bambino che nasce ha già una sua storia che non è solo quella formulata nella mente dei genitori ma anche quella costruita durante la gravidanza attraverso i sensi. Così quando il bambino reale viene al mondo, appare in tutta evidenza la sua diversità rispetto al bambino immaginario.

La prima lotta che il neonato deve affrontare è contro le proiezioni, le fantasie, le aspettative. Contro la folla di bambino immaginari di mamma, papà, nonni e zii, che da mesi, talvolta anni, avevano vagheggiato bimbi puliti, paffuti, rosei, sorridenti, "pubblicitari". L'architettura del bambino immaginario assumerò caratteristiche di volta in volta diverse, frutto del vissuto di ciascuna infanzia.

Dunque, il bambino vero, quello che sta per nascere sarà circondato da innumerevoli fantasie, quasi sempre diverse fra loro. Alle difficoltà oggettive del nascere, il neonato dovrà aggiungere anche queste aspettative disilluse. Fortunatamente, nella gran parte dei casi, il bambino reale fa impallidire i vari bambini immaginari perchè è con lui e solo con lui che si stabilisce un vero rapporto. Questo accade dopo i primi gratificanti contatti, quando la madre supera la sensazione della propria inadeguatezza e riesce davvero a credersi capace di poter allevare il suo bambino, di alimentarlo, di comprerne i messaggi. Allora e solo allora inizia il rapporto diretto con il neonato. E il bambino immaginario scompare perchè è più gratificante la compagnia del bambino realte.

Il bambino viene dunque da lontano. Dapprima alberga nella mente, poi nel ventre materno. Nel prossimo capitolo cercheremo di evocare le sensazioni e le emozioni del bambino e della mamma.

Il progetto genitoriale condiviso

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Il progetto genitoriale condiviso

Per garantire la dinamica positiva di cui abbiamo parlato l'altra volta, il bambino deve essere il frutto di un progetto condiviso di genitorialità. Egli deve cioè rappresentare il desiderio di entrambi i genitori - e non di uno soltanto - di "estendersi", di "continuare" in un figlio. In questa condivisione possiamo distinguere tre stadi diversi: l'innamoramento, l'amore e il progetto genitoriale condiviso.... Dopo l'innamoramento, la disillusione, a seguire si passa alla condivisione della realtà cioè l'amore. In altre parole si accetta quello che il partner realmente è, non quello che avremmo desiderato fosse. Non c'è niente di più bello della condivisione della realtà fra due persone. Per questo l'amore è crescita. Perchè porta la gioia di condividere anche le prove difficili, impegnative, non solo le cose piacevoli. Nell'ambito della condivisione della realtà nasce il progetto genitoriale, ossia il desiderio di continuare, di trasmettersi in un figlio. Se un figlio nasce durante la fase dell'innamoramento sarà per lui più difficile poter contare sulla "continuità positiva dell'esistenza", perchè è nato in una fase di illusione e non di realtà.

Se invece la genitorialità viene costruita nella fase della condivisione della realtà e cioè dell'amore, allora sarà maggiore la garanzia del benessere psicologico per i figli. "Vogliamo un figlio perchè sapremo badare a lui, perchè sapremo contenerlo e renderlo felice, non perchè ci renderà felici". Questo progetto deve ovviamente essere condiviso. Quando un figlio nasce per la volontà di uno solo dei partner, di solito della madre, significa che siamo ancora all'interno di una dimensione illusoria, come l'innamoramento, e non della realtà.

Quando invece il progetto genitoriale si sviluppa correttamete, entrambi i partner avranno maturato la consapevolezza che la loro luna di miele è finita, che da quel momento la coppia non potrà più essere come prima. Per sempre. Un cambiamento radicale, irreversibile, volontario. All'interno del quale molte saranno le cose perdute, altrettanto quello donate, innumerevoli quelle ricevute. Sarà una scelta che, come tutte le scelte, comporterà inevitambilmente delle rinunce.

Progettare un figlio

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Il progetto genitoriale condiviso

Per garantire la dinamica positiva di cui abbiamo parlato l'altra volta, il bambino deve essere il frutto di un progetto condiviso di genitorialità. Egli deve cioè rappresentare il desiderio di entrambi i genitori - e non di uno soltanto - di "estendersi", di "continuare" in un figlio. in questa condivisione possiamo distinguere tre stadi diversi: l'innamoramento, l'amore e il progetto genitoriale condiviso.... Dopo l'innamoramento, la disillusione, a seguire si passa alla condivisione della realtà cioè l'amore. In altre parole si accetta quello che il partner realmente è, non quello che avremmo desiderato fosse. Non c'è niente di più bello della condivisione della realtà fra due persone. Per questo l'amore è crescita. Perchè porta la gioia di condividere anche le prove difficili, impegnative, non solo le cose piacevoli. Nell'ambito della condivisione della realtà nasce il progetto genitoriale, ossia il desiderio di continuare, di trasmettersi in un figlio. Se un figlio nasce durante la fase dell'innamoramento sarà per lui più difficile poter contare sulla "continuità positiva dell'esistenza", perchè è nato in una fase di illusione e non di realtà.

Se invece la genitorialità viene costruita nella fase della condivisione della realtà e cioè dell'amore, allora sarà maggiore la garanzia del benessere psicologico per i figli. "Vogliamo un figlio perchè sapremo badare a lui, perchè sapremo contenerlo e renderlo felice, non perchè ci renderà felici". Questo progetto deve ovviamente essere condiviso. Quando un figlio nasce per la volontà di uno solo dei partner, di solito della madre, significa che siamo ancora all'interno di una dimensione illusoria, come l'innamoramento, e non della realtà.

Quando invece il progetto genitoriale si sviluppa correttamete, entrambi i partner avranno maturato la consapevolezza che la loro luna di miele è finita, che da quel momento la coppia non potrà più essere come prima. Per sempre. Un cambiamento radicale, irreversibile, volontario. All'interno del quale molte saranno le cose perdute, altrettanto quello donate, innumerevoli quelle ricevute. Sarà una scelta che, come tutte le scelte, comporterà inevitambilmente delle rinunce.

Pensare bene per crescere meglio...

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

La dinamica positiva

(tratto da "Per fare un albero... ci vuole un fiore")


Pensare bene per crescere meglio. Guardare con fiducia al giorno che verrà. Aspettare il futuro come risorsa e non come punizione. In poche parole: CRESCERE CON UNA DINAMICA POSITIVA.

Ogni essere umano, per svilupparsi correttamente, deve poter contare su una certezza: la continuità positiva dell'esistenza. Questo concetto, difficile da tradurre in parole, inizia da molto lontano, fin da quando il bambino sente il tum-ta-tum- ta- tum- ta del cuore della mamma, che come un metronomo, scandisce il ritmo della vita e dà all'esistenza, appunto, una continuità positiva.

E' una sensazione di "ben-essere" che deve continuare nel resto della vita e, anche se talvolta si interrompe, deve essere al più presto ripristinata come se si dovesse rammendare uno strappo nel tessuto dell'esistenza: essenziale, a questo proposito, la capacità dei genitori di trasmettere ai figli sentimenti di accoglienza e comprensione. Questa esigenza dura tutta la vita e non vale solo per i bambini ma anche per gli adulti.

Perchè non ci sarà un adulto positivo e sereno se prima non c'è stato un bambino con le medesime caratteristiche, cioè una creatura che ha potuto correre i primi passi della sua vita sul prato verde dell'intesa, della stima, della fiducia nel domani. In generale: solo se riuscirò a pensare al mattino che verrà come un giorno migliore di quello che ho appena trascorso, mi  abbandonerò facilmente al sonno. Se invece lo penserò peggiore, soffrirò di insonnia. La continuità positiva dell'esistenza è una sensazione di accoglimento, di tutela, di sottofondo lieto della vita. Questo stato inizia prima della nascita e si manifesta durante la gestazione attraverso pensieri e atteggiamenti che trasmettono al bimbo la sensazione di disponibilità e di accoglienza. E continua poi, dopo la nascita, nella ripetitività di elementi gratificanti. Se il corpo della madre trasmette la "continuità positiva dell'esistenza", al figlio arriverà un messaggio che suona pressapoco così: "Non mi dimentico che tu esisti, sei sempre nei miei pensieri, so che cosa ci vuole per te". La madre amorosa riceverà dal bimbo il messaggio "Grazie, ho capito che ci sei, sento che posso contare su di te".

Educare a scuola

Scritto da La Direzione. Postato in Educhiamo Insieme

Paola Bignardi

Per essere all’altezza delle sfide di oggi, la scuola deve avere il coraggio di re-interpretare la sua funzione educativa e sociale per questa stagione della nostra società e per le attuali nuove generazioni. La scuola è un luogo di vita, un microcosmo in cui si intrecciano molte dimensioni: è luogo di cultura, di relazioni, di trasmissione di valori, di rapporto con il territorio e le sue istituzioni... Ciascuno di questi aspetti credo debba essere ripensato e re-interpretato alla luce del compito educativo, che li qualifica e li orienta.

Imparare a pensare

La scuola educa l’intelligenza dei ragazzi. Le maggiori conoscenze che essi posseggono non rendono superflua la cura del pensiero; anzi, da certi punti di vista la rendono ancor più necessaria. Oggi accade che fin dentro l’università si senta ripetere che i ragazzi «non hanno un metodo di studio». In effetti non hanno acquisito la disciplina del pensiero, la spinta alla curiosità, l’ordine del ragionamento, la pazienza del cercare. E non hanno imparato a mettere in conto che tutto questo è fatica, passaggio necessario per aprirsi ai grandi orizzonti che la scuola dovrebbe contribuire a far intravedere. Tutto questo non si impara da internet, che ai ragazzi dà pure grande ricchezza di informazioni: occorre chi insegni a dare un ordine alle tante cose che oggi si possono imparare al di fuori della scuola.

Il gusto dell’originalità

Compito dell’educazione è quello di aiutare ogni persona a diventare se stessa, cioè a scoprire e a realizzare quell’essere unico che ciascuno di noi è. È un compito che resta valido anche in una temperie culturale caratterizzata da una consistente spinta all’omologazione, a mimetizzare la propria originalità sotto le diverse «divise» che il nostro tempo ci propone: abbigliamento, consumi, linguaggi fanno intuire la pressione cui anche il pensiero è sottoposto, sempre più povero di originalità e di criticità. Ragazzi e adulti rischiano di assorbire dal contesto stili di comportamento, atteggiamenti di fronte alla vita, modi di giudicare la realtà. Grande funzione della scuola è quella di tener desta un’originale capacità di valutare le cose, a partire dai valori della persona e di una convivenza civile di alto profilo. E di far intravedere la forza della libertà, la suggestione di un’umanità impegnata, la bellezza di pensare la vita non come la pensano tutti, ma liberando desideri, sogni, utopie. Allora l’educazione non è semplicemente introdurre i ragazzi alla società e alla cultura in cui vivono, ma aiutarli a conoscerla per cambiarla, per trasformarla a misura di un’umanità piena. Educazione, senso critico, responsabilità, impegno… maturano insieme; da questo processo la scuola non può restare estranea, se vuole continuare a proporsi come l’istituzione in grado di orientare verso il futuro: e non solo i ragazzi che in essa passano, ma la società tutta.

La cittadinanza come appartenenza

Il percorso attraverso la cultura apre la strada dell’educazione alla cittadinanza, cui contribuisce anche la famiglia, ma che nella scuola può diventare consapevole ed esplicita ricerca e apertura a quei valori che fanno maturare la coscienza di essere parte di una comunità e del mondo intero. Negli ultimi anni è cresciuta l’esigenza che la scuola riservi una maggiore attenzione verso la nostra Costituzione. Occorre che la scuola non si fermi a far conoscere la lettera del documento, ma piuttosto orienti ad apprezzarne e viverne i valori: democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, valore della persona e della famiglia, rispetto e tolleranza… Tutto questo ha particolare importanza in una società multiculturale, dove occorre esplicitare i valori su cui si fonda la convivenza, perché tutti se ne approprino e diventino parte attiva della comunità in cui vivono. L’acquisizione dei valori del vivere insieme oggi può avvenire solo se c’è un processo esplicito di proposta e l’accompagnamento motivato ad assumerli: dal momento che nulla più è automatico. Con un guadagno: che i comportamenti sociali che si assumono sono motivati, fatti propri in forma personale e non assunti per pressione sociale. Questo domanda ai docenti una più attenta intenzionalità e una maggiore attenzione a questa dimensione.