Il metodo educativo paterno-cristiano

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IL METODO PATERNO-CRISTIANO

(tratto da Elementi del sistema paterno-cristiano)

INDICE

1.    Il metodo paterno-cristiano di Don Orione

      Assunti teorici del sistema paterno-cristiano

      Assunti pragmatici del sistema paterno-cristiano

2. Educare all'orionina

    Livello base  

       Amore-affettività

       Paterno-cristiano

  Livello articolato

       Religione

       Spirito di famiglia

       Ragione

       Affettività

3. La comunità educante

4. Il territorio educa

 

1.Il metodo paterno-cristiano di don Orione

 

Assunti teorici del sistema paterno-cristiano

Ogni modello pedagogico presuppone un quadro di riferimento teorico. Anche la proposta di Don Orione ha dei chiari riferimenti teorici che la configurano. È importante renderli espliciti per poter comprendere correttamente la proposta.

Purtroppo è ancora parziale la riflessione sistematica e critica sulla proposta orionina. Pertanto alcuni aspetti di questa riflessione sono ancora da falsificare.

Il metodo orionino è imperniato su un nucleo che riassume in se le dimensioni teologali ed umane. Nel disegno è rappresentato con i termini “Amore” e “affettività” (nota: il maiuscolo è voluto). La dominante è la dimensione teologale che orienta tutta la proposta, ma non penalizza la persona perché parte dalla convinzione dell'inseparabilità della dimensione antropologica da quella teologica.


Un primo strato di elaborazione logica è il binomio “paterno-cristiano”, ma siamo ancora ad un livello nucleare. Il livello superiore si articola in quattro direttrici. Si tratta di un passo in avanti nello sviluppo teorico e costituisce l'anello di raccordo con gli aspetti pratico-applicativi.
Nella prassi il tutto risulta un'armoniosa unità, dove le singole componenti, che qui tratto isolatamente, non sussistono autonomamente. Queste distinzioni e definizioni teoriche trovano il loro fondamento nelle antiche pratiche e negli scritti orionini, che già in originalmente offrono un'articolazione.

Livello base: è costituito dal nucleo Amore-affettività e viene delimitato dal rivestimento Paterno-Cristiano:

-Amore-affettività: la ragione dell'interessamento per l'altro ed il motivo del mio agire per l'altro è nel "saper vedere e sentire il volto di Dio nell'altro". Don Orione prende le mosse da una linea verticale che ha origine in Dio. Ecco che "Amore" è scritto con la maiuscola riferendosi direttamente alla sua semantica teologica, ma assume anche il senso umano in quanto esce dalla contemplazione per illuminare e abbracciare la creaturalità di chi ci circonda.

-"Paterno-cristiano", come ci dice Don Orione stesso, diventa la vision che ha origine dal metodo salesiano che «non dice tutto, per me non mi soddisfa pienamente, non mi pare completo. […] Fondamento del sistema non solo deve essere la ragione e l'amorevolezza, ma la fede e la religione cattolica -praticata- e il soffio di un'anima e di un cuore di educatore» (Postulazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, 19693). Si tratta non solamente di dare un nome, ma del come si realizza l'amore, l'accompagnamento e la creazione del benessere dell'altro.

Livello articolato: costituisce i binari di tramitazione tra gli assunti teorici e quelli pragmatici. Don Bosco individua la ragione, la religione e l'amorevolezza. Don Orione aggiunge lo spirito di famiglia. In breve:

- religione: è il sistema di valori della proposta e orienta tutto il metodo. È richiesta una fede creduta e vissuta. Incardinata sui sacramenti, su pratiche coerenti e ortodosse. Impegna a stimolare nell'altro la maturazione e corretta percezione del personale anelito d'infinito per uno sviluppo completo e armonioso dell'io;

- spirito di famiglia: è il clima e la strategia dell'intervento pedagogico. Chiede una entrata in gioco di tutti, in una relazione di fiducia, di vicinanza, di alterità, di corresponsabilità per offrire all'altro un porto sicuro da dove partire e dove poter tornare in ogni momento;

- ragione: si tratta del ragionare con l'altro. Caratterizza anche l'intervento che si qualifica per la competenza educativa, per la tecnologia educativa impiegata e per il progetto costruito sul bisogno riscontrato;

- affettività: traduce l'amorevolezza salesiana, ma è anche il calore del metodo e l'integralità dell'azione pedagogica. È regolata dalla ragione e guidata dalla fede. Comporta l'uso dell'affettività, sia come messa in gioco da parte dell'educatore, sia come richiesta di maturazione nell'altro. Pertanto chiede conoscenza, padronanza ed esercizio del linguaggio emozionale per un adeguato sviluppo-esercizio dell'affettività stessa.


 

Assunti pragmatici del sistema paterno-cristiano

La caratteristica fondamentale è il clima di famiglia che impregna tutta la proposta. Questo si contestualizza in un ambiente fatto di molti soggetti educanti e da educare, con più agenzie educative che interagiscono. Il processo funziona con l'innesco di un flusso educativo continuo che tiene costantemente relazionate le varie parti. La strategia è quella dell'intervento partecipato, ma che prevede una supervisione e che si estende longitudinalmente.
Lo spirito di famiglia si esprime in primo luogo come accoglienza e disponibilità. Ciò presuppone doti sufficienti nell'equipe di intervento per saper prendere le distanze dagli stereotipi e dalle precognizioni che possono, anche involontariamente, creare barriere e faziosità.
L'accoglienza si basa sulla condivisione esistenziale e comporta la stima, la fiducia ed il dialogo. Questo permette di creare quella alleanza educativa tra educatori ed educandi indispensabile per attuare l'intervento. Una breve descrizione di questi elementi:
condivisione esistenziale: è condividere il linguaggio, le conoscenze, i valori ed i riferimenti dell'altro. Ciò procura la vicinanza e la confidenza che deve essere offerta dall'educatore, in primo luogo, senza pretendere che sia reciproca. Improntata alla verità è caratterizzata dal tratto dell'affabilità. Un ruolo importante, in questa fase, è giocata dall'empatia. Alcune semplici tecniche permettono di supplire agevolmente ad una empatia limitata. L'informazione preventiva circa conoscenze, valori, interessi dell'altro è un buon modo, come anche il vivere preventivamente un periodo nel mondo dell'altro. Mi sembra molto significativa ed esplicativa un'affermazione di Don Orione che, riportando il pensiero di Don Bosco, dice: «entriamo con la loro, per uscire con la nostra» e l'episodio dell'incontro con il giovane orfano Ignazio Silone1.

- Stima: ci si pone dinanzi all'altro con un atteggiamento che valorizza ed accentua doni e qualità. Significa comunicargli che è una persona che vale. Significa che noi ci mettiamo alla sua scuola. Significa accogliere tutto quello che l'altro ci dice-offre e da parte nostra mostrare un concreto e fattivo interessamento: spendere tempo, attenzioni e qualche risorsa per lui.

- Fiducia: in primo luogo l'altro è un'opportunità ed una potenzialità. Si tratta di un'opportunità per fare del bene. Si tratta di una potenzialità perché accompagnato sarà qualcuno di speciale ed unico. Non esiste mai il: “ormai non c'è più niente da fare”, ma solo un: “può cambiare”. Questo significa investire l'altro come parte attiva del processo educativo, e non solo come un destinatario passivo. Significa procedere rendendolo compartecipe e corresponsabile del processo affidandogli richieste, incarichi e corresponsabilità equilibrate alla sua capacità. Significa costantemente promuovere e rinforzare positivamente ogni passo di avanzamento.

- Dialogo: la riuscita dell'intervento educativo dipende in buona parte da questo aspetto, ma Don Orione accentua di più la testimonianza personale nel processo comunicativo. Sottolineando con forza e ripetutamente il fatto di dare esempio sembra che il santo tortonese colga intuitivamente la grande importanza ed efficacia della comunicazione non verbale e dell'esperienza vicaria. Nella comunicazione non verbale faccio riferimento, oltre alla comunicazione pura, ai processi di interiorizzazione ed appropriazione. Con l'esperienza vicaria mi riferisco alla teoria di Bandura dove si dà corpo ai processi di apprendimento fatti tramite una persona terza.
In questo processo si mette in gioco l'affettività imponendo agli operatori un'immersione completa nel processo. Ciò comporta il pieno coinvolgimento emotivo e può compromettere l'efficacia dell'equipe. A questo scopo lo staff educante controbilancia questo effetto con la preparazione e la supervisione. Altri correttivi sono offerti dal sistema di valori dell'equipe, dalla fede, dalla professionalità e dalla fiducia negli educandi.
Lo staff di supervisione ha il ruolo di garantire quella che Don Orione chiama ragione e di garantire l'imprescindibile necessità di metodo per l'educatore. La mancanza del coinvolgimento emotivo favorisce la serenità ed obiettività delle scelte e degli orientamenti.
Ma staff, equipe ed educandi si trovano ad interagire in un territorio che a sua volta è in costante dialogo con questi costituendo un altro soggetto che educa e va educato. Il disegno 3 riporta una sola direzione di influsso tra territorio e gli altri tre soggetti. Questo perché la forza e la pressione sociale è rilevante, ma lo scopo dell'intervento educativo è anche di innescare un influsso benefico sul territorio perché a sua volta si modifichi migliorando. Questo processo avanzato, però, avviene solo in un secondo momento. Pertanto andrebbe raffigurato su un'asse longitudinale. Avendo scelto di non rappresentarla non è possibile evidenziare questo aspetto che affido solamente a questa spiegazione discorsiva.

Il territorio non è solo lo spazio fisico in cui avviene l'intervento, ma anche lo spazio umano, cioè la cultura, le tradizioni, l'insieme delle persone (come gruppo o società) ed il sistema di valori condivisi. In questo ambito rientrano numerose altre caratteristiche minori che insieme costituiscono qualcosa di molto vicino alla città, ma se ne distacca perché indipendente da confini fisici. Il perimetro risulta definito da una linea sfumata che segue una dimensione umana e non politico-geografica. Questo mi fa preferire il termine di territorio perché più vicino al concetto che Don Orione esprime con diversi termini.
Il territorio richiede alcune pratiche specifiche che si possono riassumere in: rispetto-accoglienza, interazione simbolica, cognizione distribuita, affiliazione e adattamento funzionale. Scelgo dei termini moderni per argomentare la proposta orionina perché più adatti e più in sintonia con il suo forte appello a essere “alla testa dei tempi”.

-Rispetto-accoglienza: in primo luogo si tratta di una semplice inculturazione (assai importante nelle sacche di sottocultura della nostra opulenta e variegata società occidentale!), ma anche di un eccellente modo per creare il clima di famiglia. Accogliere e rispettare usi, costumi e tradizioni è estremamente significativo per i destinatari che vedono ridursi sensibilmente le distanze. È una semplice strategia per catturare simpatia e fiducia e poter essere, a nostra volta, accettati come educatori e produrre interventi significativi sul target e sul territorio stesso. Essere educatore è anche essere mediatore culturale.

- Interazione simbolica: lo sviluppo proposto con l'intervento educativo è di successo solo nella misura e nella qualità del dialogo con l'ambiente. Questo può essere efficacemente conseguito con questa relazione simbolica fatta con la cura delle relazioni, dei ruoli e dei modelli di relazione. Questo punto probabilmente merita un consistente approfondimento che ora non è possibile.

- Cognizione distribuita: le risorse di intelligenza non sono riposte solo in qualche genio, ma ciascuno ha un ruolo nei traguardi che si raggiungono. Questo significa che tutti abbiamo conoscenze e capacità utili alla comunità. L'educatore evidenzia questo con l'incoraggiamento ed il rinforzo continuo, accompagnato da una sistematica specificità negli interventi (a ciascuno offre l'incoraggiamento proprio e non dispensa lodi generali o a caso) e con il ricorso alle competenze e risorse altrui. Dunque anche l'intervento educativo stesso è composito nelle specificità ed esige diversi operatori. In questo quadro ciascuno è educatore ed educando al contempo, ma in misura, qualità e durata diverse2.

- Affiliazione: il luogo e lo staff educante costituiscono una sorta di papà-mamma che funge da porto sicuro da cui partire e a cui tornare in ogni momento. In questo modo l'intervento (pratica e operatori) diventa un laboratorio in cui apprendere e fare esperienza base di socializzazione per partire e viaggiare autonomamente nel territorio e nella vita. La possibilità del ritorno conferisce sicurezza e serenità all'educando che si avventura al di fuori. Questo aspetto si proietta longitudinalmente diventando riferimento nella vita. Alcune strutture (Don Orione costituì gli “Amici” e gli “Ex allievi”) divengono la forma che coltiva e promuove l'affiliazione curando che non degeneri in una dipendenza.

- Adattamento funzionale: scaturisce quasi naturalmente dai precedenti. La covariazione (cioè il variare sia dello staff-equipe, degli educandi e del territorio al contempo) permette ai destinatari dell'intervento di svilupparsi come persone adatte a sopravvivere autonomamente nel territorio. Quando questo riesce siamo in presenza di un adattamento funzionale. Quando fallisce abbiamo un adattamento disfunzionale. Ma la funzionalità non si misura solo in termini di sopravvivenza, ma anche in termini di proattività e di nuova educazione. La persona che esce dall'intervento è uno che prende iniziative e opera attivamente per modificare il territorio in cui vive. Questo viene procurato dall'educatore con role-play, esperienze pilota, con il rinforzo positivo, la fiducia e la corresponsabilizzazione.

Una prospettiva ulteriore che emerge da questo approccio è lo sviluppo longitudinale. Si esprime in termini di tempo per l'educando, non solo perché ha bisogno di un tempo per modificarsi, ma anche perché il processo educativo accompagna tutto l'arco della vita. Le diverse necessità legate all'età portano ad una specificità diversa, ma non all'estinzione del bisogno educativo. In secondo luogo perché è pensato come una spirale virtuosa che, una volta innescata, continua espandendosi progressivamente. La covariazione con il territorio, inoltre, porta alla necessità di tempi di intervento lunghi, in cui non è sufficiente il ciclo temporale di un solo intervento-educatore. Anche la necessità stessa della ragione porta alla costante necessità di avvalersi di proiezioni profonde nel tempo e di impegno di diverse risorse-conoscenze presenti sul territorio (intervento longitudinale e di rete).


 

 2. Educare all'orionina

La proposta di Don Orione si basa sulla religione, lo spirito di famiglia, la ragione e l'affettività. In questo capitolo analizzo ciascun elemento cercando di mettere in luce quegli aspetti ortopratici che più interessano a chi si trova sul campo.
Procedo seguendo passo, passo la struttura proposta nel capitolo 2.2 Il metodo paterno-cristiano di Don Orione. Per comodità riporto anche qui il disegno di struttura del metodo.

Livello base

Amore-affettività

Si tratta dell'amore di Dio, dell'amore dell'uomo, dell'amore a Dio e dell'Amore all'uomo. Tutto ciò coesiste in un'unità monolitica. Tra loro c'è un legame-scambio incrociato che rimanda (e unisce) costantemente Dio all'uomo e l'uomo a Dio.

Esplicito meglio i due concetti per esporre l'idea orionina e, nel contempo, per dare ragione alla scelta terminologica.

Amore: il maiuscolo indica che sto alludendo ad un affetto divino. Don Orione preferisce il termine “carità” che indica univocamente la dimensione teologale. In questa sede preferisco il termine “amore” per la sua intrinseca equivocità (riassume tutti gli aspetti teologali, umani e carnali) perché rende meglio il concetto orionino di amore educativo ed il costante gioco di relazione Dio-uomo.

In termini laici può essere efficacemente descritto dalle parole di Lévinas «io sono responsabile dell'altro, senza attendere che questo diventi reciproco, dovesse costarmi la vita» (Lévinas, 1982, 94).

Le caratteristiche di questo amore possono essere schematizzate come:

a)  teologale: la radice più profonda di questo affetto è in Dio, creatore di quest'affetto ed unico ed autorevole richiedente. L'altro deve essere da me amato sempre, comunque, ovunque per un motivo/causa eterno: Dio.

b)  Integrante: qualsiasi intervento educativo non può prescindere da questa comprensione, pena lo sviluppo di un organismo squilibrato.

c)  Integrale: prescindere da questa dimensione è rendere menomata la persona, anzi è minare alla base l'organismo costitutivo della persona stessa. Lato educatore significa anche mettersi completamente in gioco.

d)  Finalizzato (finalizzante): comporta il perseguire esclusivamente il bene dell'altro. Orienta l'intervento ad un fine di benessere globale.

e)  Gratuito/altruistico: unico scopo è il bene dell'altro senza alcun tornaconto (amore altruistico).

Affettività: faccio riferimento alla dimensione squisitamente umana assumendo l'equivocità del vocabolo sia come sinonimo di amore, sia nell'accezione psicologica di risonanza della soddisfazione o frustrazione dei bisogni sul continuo piacere-dolore (cf. Albino RONCO, Introduzione alla psicologia, LAS, Roma, 1991, 51ss). Si può parafrasare questa parola con la proposta di Goleman «di insegnare […] l'alfabeto emozionale – le capacità fondamentali del cuore» (Daniel GOLEMAN, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano, 1996).

Le caratteristiche di questa affettività possono essere così schematizzate:

a)  strategia d'intervento: si pone, in prima istanza, come un ottimo passepartout per poter realizzare l'alleanza educativa tra i soggetti (educatore-educando).

b)  Empatia: richiede e genera l'empatia. Ciò comporta anche lo sviluppo della percezione, della conoscenza dei propri e altrui sentimenti, dell'accedere e/o generare sentimenti, del comprenderli e del regolarli.

c)  Autenticità: soprattutto da parte dell'educatore è richiesta un'autenticità in termini di relazione e del sistema di sé (vicinanza funzionale tra l'io ideale, l'io possibile ed il sé possibile).

d)  Umanità: non si tratta di un intervento tecnologico (nel senso peggiorativo) o tecnocratico, ma basato su relazioni significative a tutti i livelli.

e)  Intelligenza: si assume completamente il principio della psicologia della correlazione tra le componenti fisiologiche e psicologiche, rifiutando l'immanentismo tipico del comportamentismo. Come dire: ci sono verità non quantificabili, ma non per questo meno vere.

f)  Profondità: si va a interagire con le componenti più profonde e riservate dell'altro. Questa dimensione esige anche strumenti religiosi come i sacramenti.
g)  Totalità: nel doppio senso che ogni cosa è un'occasione opportuna per incontrare l'altro; la persona è un unicum costituito da più componenti (livello affettivo, cognitivo, fisiologico e vegetativo).

- Paterno-cristiano

È la prima elaborazione dialogica che traduce il nucleo. Descrive per antonomasia questo sistema educativo e lo definisce. Oltre a riassumere quanto espresso sopra comporta una prima accentuazione (=definizione) del sistema.
Affido ad uno testo di Don Flavio l'approfondimento.

«Paterno: “Convitto paterno” fu il nome della prima fondazione orionina a Tortona. L’aggettivo paterno individuava e descriveva la natura giuridica dell’istituto, aperto in forza degli articoli 251 e 252 della legge Casati del 1859 che permetteva la costituzione di scuole organizzate ed amministrate dai padri di famiglia. Era una formula che lasciava alle istituzioni scolastiche che vi facevano ricorso una certa autonomia amministrativa e anche pedagogica, senza però alcun finanziamento.

In primo luogo quindi, l’aggettivo “paterno”, con cui Don Orione qualificò il suo metodo, aveva un significato giuridico. Poi, l’aggettivo “paterno”, con l’aggiunta di “cristiano”, divenne la formula utilizzata per descrivere lo stile educativo. Infine, passò a indicare un vero e proprio metodo pedagogico, con caratteristiche specifiche di Don Orione e della sua Piccola Opera della Divina Provvidenza.

Mentre negli anni Trenta del secolo scorso, già si parlava molto del fenomeno dell’eclissi del padre nella società moderna, la qualifica paterno, scelta da Don Orione, poneva al centro del metodo pedagogico proprio la figura paterna (nell’uni-dualità di padre e madre) come cardine della società e come elemento irrinunciabile del processo di educazione e di sviluppo-integrazione personale, familiare e sociale.

«La Congregazione deve avere il suo sistema educativo. Il nostro sistema educativo dev’essere  “paterno”. Dobbiamo diportarci con i giovani come si diporta un padre di famiglia che sa unire l’amore con il dovere»  (Parola, 25 maggio 1932).
Don Orione desume e illustra cosa significhi in concreto la “cura” nell’educazione dal modello dei  rapporti nella famiglia, illuminati  dalla fede cristiana: “Amateli nel Signore come fratelli vostri, prendetevi  cura della loro salute, della loro istruzione e d’ogni loro bene: sentano che voialtri vi interessate per crescerli (...) Non  vi è terreno ingrato e sterile che, per  mezzo di una lunga pazienza, non si  possa finalmente ridurre a frutto; così è  l’uomo” (Lettere II, 558).

Il santo tortonese vede l’istruzione e la formazione innestati nella cura di tutta la persona (“salute, istruzione, ogni loro bene”) in una prospettiva di speranza cristiana che dona fiducia e alacrità all’azione educativa.

Cristiano: È l’altro dinamismo del metodo educativo di Don Orione. “Vedere e servire Cristo nell’uomo”, sviluppare ed esprimere la “presenza divina nell'uomo” è il nobile dinamismo dell’agire educativo, dal quale scaturiscono e si alimentano gli atteggiamenti di autentico rispetto, di cura e, quasi, di devozione verso gli allievi nel rapporto educativo.
Viene da pensare alla contemplazione di Michelangelo che “vedeva” il Mosè ancora dentro il masso informe di marmo, per cui metteva tutta la sua arte, tecnica e fatica per “tirarlo fuori”, per farlo emergere. Se si eclissa il sacro, cala il freddo nell’azione educativa, perché essa ha sempre bisogno di molto calore, di speranza, come ha affermato recentemente anche Benedetto XVI: “anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile.

Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita” (Lettera sul compito dell’educazione, 21 gennaio 2008).

Si comprende che quando Don Orione definisce cristiano il suo metodo educativo non

intende solo un riferimento di valori e di modalità pedagogiche, ma propone l’esperienza di Dio come fondamento, condizione e dinamismo dell’agire educativo fondato sulla ragionevole speranza cristiana.

“Il Vangelo – egli scrive - è il più sublime trattato di didattica e di pedagogia che esista. La fede cattolica e il carattere saldamente cristiano, formato sul Vangelo e sugli insegnamenti della Chiesa, sono le forze più potenti del mondo morale” (Lettera del 21.2.1922, Lettere I, 358). A motivo della forte connotazione cristiana data al suo metodo educativo, Don Orione riteneva che “il sistema, così detto preventivo, non dice tutto, non mi soddisfa pienamente, non mi pare completo.

Mi pare che, oggi, non sia più sufficiente o da tutti non così sufficientemente attuato. Finché esso è in mano di Don Bosco e dei Salesiani, praticamente è completato dalla religione, di cui essi lo animano; ma, quando è in mano di educatori borghesi, è quello che è, e fa quello che fa. Il nostro sistema, lo chiamiamo paterno-cristiano“ (Lettere I, 241)» (PELOSO F., Il metodo paterno-cristiano. Il tempo di “eclissi del padre” e di “eclissi del sacro”, in «Don Orione oggi» 4 (2011), 4-5).



Livello articolato

- Religione

La religione configura tutto il sistema pedagogico orionino. Ne costituisce il sistema di valori di riferimento. Guida l'affettività e lo spirito di famiglia. Costituisce il motivo originale dell'intervento e conferisce una dignità ontologica alla persona. È una parte integrante dell'uomo e pertanto non può essere ignorata o sottovalutata.
In altri termini è possibile spiegare questa direttrice con i concetti:

la religione è intesa come il personale e autentico sviluppo della vita interiore e spirituale. È la cura del rapporto con Dio nella preghiera, nella frequenza ai sacramenti, in un impegno morale serio e continuo.

I valori umani e teologali derivano dal quadro offerto dalla dimensione religiosa. Quindi sono costruiti, prima di tutto, dall'insegnamento dato da Dio.

La visione dell'uomo del suo significato, dal suo valore, ecc... è dato da Dio e non dalla ragione umana. Significa vedere la persona nella sua totalità e non solo nella sua umanità. Significa prendere in considerazione e in cura anche la parte più intima e profonda dell'educando. Quindi non interventi educativi superficiali od orientati al solo cambiamento dei comportamenti.

Interiorizzazione profonda e completa delle vicende, dei significati e di ciò che costituisce l'uomo. Questo processo è basato su verità eterne e coinvolge contemporaneamente educatore ed educando in un costante lavoro di dialogo, approfondimento ed aggiornamento.
Risposte soddisfacenti agli interrogativi esistenziali che possono provenire dalla ragione e interpellano la fede. Quindi Cristo diviene il fondamento dell'amore, del rispetto, della speranza e della fiducia che l'educatore pone nei riguardi dell'educando. Un educatore che non si radica in Cristo è educatore solo a metà.

L'interiorità personale: può raggiungere le massime profondità solo alla luce della fede in Cristo perché l'unico in grado di illuminare adeguatamente il mistero dell'uomo all'uomo stesso.
Attraverso la Chiesa si vive, si alimenta e si evitano errori. Ciò significa non una religione ed una fede personalistica e spontanea, ma un cammino autentico che trova espressione in una comunità, nella tradizione e nelle Verità Rivelate. Dunque in un intelligente, autentico e creativo ossequio all'insegnamento della Chiesa ed in una pratica sacramentale viva, frequente e sincera. Ciò significa anche una partecipazione di tutti con il proprio ruolo e con le proprie competenze attraverso un dialogo autorevole di confronto, basato sulla parola di Dio.

Credo che sia evidente che senza la religione è mezzo uomo sia l'educatore che l'educando. Mi sembra altrettanto evidente che il discorso religione è molto più ricco e concreto di quanto qui accennato.

- Spirito di famiglia

Costituisce il clima e la strategia di intervento. In primo luogo si presenta come proposta di abbattimento delle distanze, orienta all'adozione di linguaggi e di riferimenti. Il rapporto tra educatore ed educando è basato su una relazione affettiva di alterità.
Questa direttrice può essere descritta con i seguenti punti:

Abbattimento delle distanze. L'educando deve sentirsi accolto, e, chiaramente, esserlo realmente. C'è da togliere e ridurre al minimo tutto ciò che può farlo sentire lontano e solo oggetto dell'intervento educativo. Insomma, si dovrebbe conoscere il linguaggio, le idee ed i valori che appartengono all'altro. Questo significa condividere il suo mondo. E poi portarlo al nostro, ovvero all'obbiettivo che vogliamo raggiungere. Facendo così si crea quella alleanza educativa indispensabile perché funzioni la proposta. Infatti se l'educando non accetta la proposta, nemmeno la violenza fisica piegarlo.
Relazione basata su affettività e alterità. Significa creare un rapporto schietto e sincero.  Ma mettiamo a fuoco l'idea di alterità. Amore e abbattimento delle distanze non significa essere tutti uguali; significa essere tutti amici. L'educatore è un amico autorevole. Cioè: colui che conduce il gioco. E se fosse necessario è pronto a prendere anche decisioni difficili. Quindi una conduzione non dispotica, ma in alleanza con il destinatario.
Attraverso il dialogo (sia verbale e non) di sentimenti e di esempi vissuti. Ci deve essere questo costante rapporto tra chi educa e chi riceve l'educazione. Chi educa dialoga per far conoscere le regole, per raccontare le proprie emozioni e spiegare il perché delle scelte, delle lodi e dei rimproveri. Chi riceve deve essere ascoltato attivamente e avere condizioni per narrarsi liberamente. È attraverso questo raccontarsi che farà crescere se stesso. Insomma, alla base di questo dialogo a due c'è una sincera e profonda stima, rispetto ed accoglienza.


Ambiente educativo significa mura, cortile, ecc... e il clima umano che c'è tra le persone. Lo spazio fisico (cioè le mura, il cortile, ecc...) deve essere famigliare. Cioè uno spazio realmente per l'educando, e non una fantastica scatola da non toccare. Quindi ogni cosa è pensata a misura di chi l'abiterà e in ordine all'obiettivo che ci si è dati. Il clima umano ha bisogno di altre due caratteristiche per essere educativo: l'esempio di vita e il territorio. L'esempio di vita significa che l'educatore vive concretamente le cose che insegna. Lui si fa modello da imitare (funzione vicaria). Il territorio è l'insieme delle altre persone-istituzioni della zona. L'azione educativa è aperta e in dialogo con questi altri e non crea una scatola impermeabile (=disfunzionale), ma funzionale.

La comunità territoriale è l'ambiente vitale nel quale l'educando dovrà vivere e pertanto va accompagnato perché raggiunga un sufficiente livello di sopravvivenza. Nel contempo il rapporto è simbolico perché è il territorio ad offrire all'educando il contesto materiale e psicologico-cognitivo. Ciò si traduce in una pratica educativa aperta, in dialogo e in scambievole relazione tra staff educante, educando e territorio.

La religione, principalmente con i sacramenti, costituisce il principale elemento integratore, ma è anche regolatore offrendo un quadro di valori per condurre l'intervento stesso. La cura del rapporto personale con Dio è il passo più profondo dell'interiorità della persona e l'espressione sacramentale è l'esperienza autentica per produrre e vivificare fede ed intimità. Parafrasando il concetto: è il cuore del cuore dello spirito di famiglia.
Insomma non è possibile lavorare all'orionina se non si crea questo clima di famiglia.

 -Ragione

È Don Bosco a dire per primo che ci vuole ragionevolezza per educare. Don Orione assume completamente questa idea e la completa con tre cose: la competenza educativa, la tecnologia educativa ed il progetto.

Ma cos'è la ragione? Si intende il ragionare con i giovani, la ragionevolezza dei discorsi, ma si spinge anche alla scientificità dell'intervento. La base per poter fare questo è il dialogo e l'informazione puntuale e preventiva. Si capisce che questo si oppone all'imposizione violenta e all'adozione di sistemi punitivi e repressivi. Quindi si tratta di persuadere l'educando. Ma l'aspetto più interessante, e forse meno noto, in questa proposta è la scientificità.

Scientificità significa fare una cosa dandosi delle regole precise, basarsi su elementi che tutti possono vedere e misurare, lavorare in continuo confronto con altri e fare un lavoro che chiunque può ripeterlo per verificare. Ecco che nascono tre componenti indispensabili: la competenza educativa, la tecnologia educativa ed il progetto.
Competenza educativa: l'educatore possiede una conoscenza teorica e pratica sufficiente, sia sul metodo stesso, che sulla pedagogia-psicologia. Ciò significa sapere, saper fare, saper essere e lavorare insieme ad altri, saper lavorare in confronto (non in opposizione) con il territorio (scuole, palestre, discoteche, ecc...). L'intuizione e l'intervento solitario non bastano. Bisogna prepararsi, aggiornarsi continuamente e fare staff.
Tecnologia educativa: significa fare qualcosa con il preciso scopo di portare una situazione dallo stato A allo stato B. In pratica lavorare non a caso, ma studiando, cercando cosa han fatto gli altri e verificando continuamente quello che si sta facendo. Bisogna tenere continuamente a braccetto teoria e pratica. E l'attività va inserita all'interno di precisi quadri di riferimento. Il risultato naturale è quello di operare con obbiettivi e con progetti chiari che regolano le singole azioni degli operatori. Nulla a caso, ma tutto pensato e voluto.

Progetto: nasce da quanto appena detto. Si tratta di un testo scritto, perché tutti possano sapere cosa si vuole e come lo si vuole. Diventa una sorta di racconto di ciò che dovrà accadere. Un progetto, poi, prevede alcune parti fisse: analisi della situazione attuale, la misura di quanta educazione è necessaria per i destinatari (=domanda educativa), la definizione di cosa si ha a disposizione (soldi, persone, capacità, ecc...), gli obbiettivi che si vogliono raggiungere e i sistemi che mi permettono di verificare se gli obiettivi sono raggiunti. Una volta fatto quanto previsto dal progetto, si valuta il risultato e si ricomincia modificando il progetto (magari anche proprio rifacendolo completamente). Se è andata molto bene si continuerà quanto iniziato.

Educare all'orionina significa anche prepararsi e lavorare con metodo.

-Affettività
Don Bosco parla di amorevolezza per educare. Don Orione parla dell'affettività come di una vera strategia. Un intervento educativo empatico che pone il cuore come base di partenza, di arrivo e strumento di intervento. Ma procediamo per gradi.
Fonte: gli altri «li dobbiamo amare – dice Don Orione – perché in essi vediamo e amiamo Gesù Cristo».  Il motivo che mi porta a fare qualcosa per gli altri è l'amore, anzi l'Amore.  L'altro, qualsiasi situazione abbia, qualsiasi persona sia, gode incondizionatamente di questo Amore.

Le guide dell'amore sono la religione e la ragione. La prima offre la dimensione morale e le motivazioni, mentre la seconda offre la dimensione etica e impedisce che scada in sentimentalismo o improvvisazione.

Dunque la chiave dell'educazione è l'amore o meglio, usando le parole stesse di Don Orione, è il «farsi altamente e santamente amare più che temere». Si può riconoscere nell'amore un aspetto proprio dell'educatore (base di partenza), un altro proprio degli strumenti d'intervento e un altro specifico dell'educando (base di arrivo). Vediamoli uno ad uno:

l'educatore ha raggiunto una maturità che gli permette di riconoscere i propri sentimenti e passioni evitando di restare sequestrato da loro. Anzi: li conosce così bene che li sa usare come risorsa personale per capire e per agire. Non teme di mostrarli con verità e sa anche leggerli negli altri. Ciò gli permette di modulare opportunamente il suo intervento e di capire l'altro in modo più completo ed autentico. Insomma si può definire l'educatore come un appassionato amante.

L'affettività è anche uno strumento d'intervento che porta l'educatore alla ricerca di farsi amare perché questo sentimento è il passpartoo per intervenire. Permette di sentire l'altro e l'ambiente in modo empatico, cioè vedere anche con gli occhi del cuore. Questo permette di operare costruendo un ambiente caldo e un clima di famiglia. Ciò si ottiene anche facendo sapere ai destinatari che sono amati, attraverso dichiarazioni esplicite e comportamenti adeguati. In questo senso è fondamentale la promozione costante dell'altro ed il far leva sui suoi aspetti positivi: l'altro è sempre una risorsa.
Il destinatario è costantemente aiutato e stimolato a maturare in se la capacità di riconoscere e gestire i propri sentimenti e a manifestarli adeguatamente. L'educatore con il suo esempio offre un modello da imitare e in cui il destinatario può riconoscersi. L'intervento educativo mira anche a sviluppare e a mantenere attive le risorse personali per superare i momenti difficili ed evitare di rimanere sequestrati dalle passioni.
L'applicazione attenta di queste indicazioni porta non solo ad avere un clima costantemente positivo, ma anche a far nascere un'alleanza educativa robusta, che libera nuove risorse personali e/o di gruppo permettendo di arrivare a risultati notevoli. La corretta applicazione porterà il destinatario a raggiungere, o mantenere, un'autonomia di vita con un livello di benessere personale maggiore.

Mi sembra utile e simpatico chiudere questo capitolo con uno slogan: sapere, saper fare, saper essere, saper essere e fare con gli altri.


 

 La comunità educante

 Don Orione non immagina un educatore solitario, ma una comunità che lavora insieme per educare. Diversi elementi concorrono a disegnare un'idea ben definita delle caratteristiche di questa “comunità educante”. Si tratta di un gruppo strutturato in due unità che si regge su alcune linee guida e che ha un nucleo promotore e propulsore. La teorizzazione della comunità educante si basa su:

lo stile di famiglia e il forte impegno all'unità. Questi elementi, richiamati e sottolineati da Don Orione in vario modo e in molte occasioni, indicano che ci sono molte persone che intervengono, che lavorano con affetto e in armonia.

Tutte le persone che intervengono (educatori ed educandi) sono soggetti positivi, cioè sono portatori di ricchezza, fonte di conoscenze e di pensiero.

Concretamente la comunità si realizza con un'organizzazione (non si è tutti uguali) e ciascun operatore lavora con un'adeguata preparazione (non ci si improvvisa educatori).
L'organizzazione della comunità ha una struttura base fatta di due parti che viene ulteriormente strutturata a seconda della realtà concreta dove si opera. Le due parti sono:
uno staff di supervisione e studio con il compito di sostenere gli operatori in prima linea e dare gli elementi tecnici e scientifici adatti per comprendere e affrontare la realtà in cui si opera.
Un'equipe di intervento che lavora con le persone e raccoglie le informazioni sul campo per lo staff di studio (modello di intervento-studio partecipato).

Questa comunità educante vive e funziona con delle caratteristiche e regole specifiche. Si tratta di un quadro complesso che si può descrivere così:

pluralità di educatori che portano competenze diverse, sensibilità diverse, conoscenze distribuite, ecc... permettendo di ottenere un totale alto di capacità. L'armonia interna (=spirito di famiglia e carità) permette a ciascuno di esprimere le sue competenze alla massima potenza creando un clima risonante ed efficace.

Un metodo scientifico permette non solo un lavoro di qualità, ma anche un lavoro duraturo ed efficace. Anzi, diventa la via obbligata per poter rendere concreto l'intervento di più persone sulla stessa realtà. Significa, praticamente, avere una comunicazione intensa e costante con tutti, poi conoscere, saper essere, saper fare, saper essere e fare insieme.

I differenti ruoli e l'organizzazione è la conseguenza di quanto sopra scritto. La stesura di un organigramma permette di conoscere i vari ruoli e in che relazione sono tra loro offrendo ai destinatari dei chiari riferimenti di persone. Il funzionigramma dà chiarezza ai singoli operatori che sanno cosa debbono fare e il senso del loro lavoro nel contesto.
La rete che si sviluppa e si articola su due direttrici e significa un intenso e articolato sistema di relazioni chiare e flessibili. La prima direttrice è di tipo umano e cura i rapporti interni della comunità educante, poi con i destinatari, con i familiari di questi e, in fine, con le persone del territorio. La seconda direttrice riguarda le relazioni con il territorio.
Lo stile con cui si vive tutto questo è di flessibilità, accoglienza e coinvolgimento. La flessibilità riguarda l'intelligenza e la competenza dell'essere educatore. Con l'accoglienza si fa un gruppo che ha un circuito aperto, cioè sensibile agli stimoli esterni e pronto a mettersi in discussione. Il coinvolgimento riguarda la formazione, la negoziazione di significati condivisi che garantiscono e creano il processo formativo: l'educando è un educatore.
Il “Long Life Learning”(=imparare per tutta la durata della vita) viene realizzato non solo nella sua forma naturale di benessere (una persona sana infatti apprende sempre), ma diventa una scelta voluta. I motivi sono: noi cambiamo ogni giorno, cambiano continuamente i destinatari e l'ambiente che ci circonda e abbiamo sempre da apprendere novità e modificare-migliorare le nostre conoscenze.
Mi piace sottolineare, a riguardo di questo ultimo punto, come Don Orione stesso l'abbia vissuto in prima persona e lo chiedesse ai suoi collaboratori con forza.
Poi mi sembra particolarmente interessante il centro della comunità educante. Dio è il pilastro di tutto, ma accanto a questo c'è il Religioso e la Religiosa che devono fare da promotori e propulsori dando corpo ad una imprenditoria sociale. Insomma un incarico di animazione non da poco e non per sprovveduti. La via d'oro per questa animazione è il dialogo e l'informazione che dev'essere preventiva (=dire prima di fare), progressiva (=spiegare passo, passo) e sistematica (=dire tutto).


 

Il territorio educa

Qualsiasi intervento educativo si attui bisogna fare i conti con il territorio perché influenza chi l'abita, veicolando messaggi autorevoli e offrendo o negando possibilità. È fondamentale, per crescere e accompagnare una persona, tessere una rete di relazioni con l'ambiente circostante al fine di favorire la crescita ed il mantenimento di «onesti ed integri cittadini», come dice Don Orione. È un discorso articolato. Qui di seguito metto in luce gli aspetti fondamentali iniziando con qualche osservazione preliminare.
La pressione sociale ha un fortissimo potere condizionante. I cambiamenti che si riesce ad attuare nella cultura e nei comportamenti tendono ad essere molto duraturi.
Il territorio è popolato da diverse agenzie educative che sono in coazione con il nostro operato. Scuole, tutor personali, centri comunali, centri sportivi, ecc... si affiancano alle istituzioni religiose (Chiesa, oratorio, scuola cattolica, ecc...) offrendosi non come alternativa educativa, ma come una opportunità in più.

Svariati personaggi fanno da educatori ponendosi accanto alle figure tradizionali (genitori, insegnanti, catechisti, sacerdoti e suore) e offrendo altri valori e percorsi pedagogici sovente non come alternativa, ma come un altro da aggiungere a quanto già si ha.

L'ecologia è un elemento che ha acquisito uno spessore consistente. Questa parola ha assunto un significato molto ricco ed è doveroso considerarla, trattarla e integrarla intenzionalmente nell'intervento educativo.

Il termine esprime la relazione con l'ambiente e l'equilibrio intrinseco che la relazione sottende. Questa particolare situazione trasforma l'ambiente in un sistema, cioè un insieme articolato di soggetti (attori ed attanti) che gode di una sorta di vita autonoma identificata come eco-sistema.

In questo contesto  dobbiamo fare almeno due considerazioni:

l'educando ha molti punti di riferimento ed è pluri-orientato. È in difficoltà a capire quali punti di riferimento sono di valore, quali no e quali sono da scegliere.
La presenza di più educatori e più agenzie educative permette di realizzare una collaborazione (=rete) e ridurre il disagio da pluri-orientamento.

Riguardo al territorio come rete:

la crescita e la vita delle persone è possibile per la presenza di altre persone (rete sociale) con cui si interagisce. La cultura, in senso generale, è un elemento chiave. È fondamentale accogliere sia quella dominante che le varie sottoculture locali e accompagnare l'educando ad un'assimilazione critica.
In questa interazione non siamo soli, né i leader. È necessario attivare canali di collaborazione con gli altri enti e persone del territorio. Ciò significa sviluppare strategie d'intervento di rete, elaborare quadri di valori e significati adatti perché siano significativi e incisivi.

Aiutare a crescere e a vivere significa non solo favorire lo sviluppo di un'autonomia nelle reti sociali, ma anche aiutare a mantenerla agevolando tutto ciò che la costituisce.
Il confronto ed il lavoro con altri può essere uno stimolo a migliorare. Si tratta di fare un benchmarking, cioè un confronto per capire i punti deboli, rinforzare quelli buoni e definire sempre meglio quello che è lo specifico della propria offerta educativa.
Insomma si tratta di educare al territorio, educare con il territorio ed educare il territorio. Facciamo crescere se i nostri destinatari imparano a vivere in questa rete. Ma l'efficacia di quest'educazione dipende dalla qualità interna della rete che creiamo tra i nostri operatori e la rete esterna, tra la nostra agenzia educativa e le altre. Lavorare in questo modo è già educare il territorio perché si agisce sui processi socio-culturali.