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PORTARE UN FIGLIO E SAPERLO METTERE GIU

Abbiamo iniziato a vedere che è fondamentale vivere la buona dipendenza, il buon contenimento. Significa che c’è anche una cattiva dipendenza/contenimento ?

La cattiva dipendenza è quella che:

-   tiene piccolo il bambino, lo tiene “legato” a noi, lo vuole proteggere da tutto;

-   tarpa le ali al volo dei suoi desideri, non gli fa sentire piena fiducia, limita e spegne le sue iniziative, non gli permette di vivere e sopportare un poco di frustrazione;

-   così riduce la possibilità che scopra la sua identità e le sue risorse e viva più felice l’avventura della crescita e della sua vita.

Il contenimento dei genitori è invece “buono” quando:

-   protegge il bambino dall’attardarsi in una “cattiva” dipendenza dai grandi e lo chiama a crescere;

-   dice al bambino parole importanti: “Papà e mamma vogliono che tu cresca, crediamo che ce la puoi fare, noi ci siamo ma non ci sostituiamo sempre a te, sappiamo che sei capace di imparare, anche ad obbedire e a tollerare un po’ di frustrazione”.

Anche se le parole non sono esattamente così, sono queste che un bambino sente dentro la piccola regola che gli mettiamo, la cosa che gli chiediamo, le fatiche e le frustrazioni che gli facciamo vivere: può essere la piccola attesa del neonato, il gioco che non gli compriamo anche se insiste allo spasimo, i compiti che gli lasciamo fare da solo anche se non è proprio ordinato come noi…

- sempre le regole e i confini giusti sono un movimento di crescita e fiducia: a partire dalla breve attesa, fanno scendere il bambino dalle nostre spalle, lo mettono giù per terra, sulla terra della realtà.

Cioè chiamano il bambino a lasciare il mondo dell’onnipotenza del primo periodo, per stare dentro la realtà, che non è solo fatta di piacere e dove gli latri, il tempo, lo spazio e le cose non sono sempre a nostra disposizione e occorre imparare ad esprimere se stessi in modo adeguato e rispettoso di sé e degli altri. Allo stesso tempo le regole gli trasmettono sicurezza, rispetto e fiducia, lo invitano a muovere i suoi passi, a spendere le sue risorse.

Dire sì a se stessi

Pier Paolo Gobbi

Quanti genitori si sentono tutti “occupati” dal figlio? O si lamentano che i figli “non sanno fare niente da soli”?

I bambini hanno diritto di essere accolti, ascoltati, amati, aiutati, compresi, ma non hanno il diritto di occupare e invadere costantemente tutta la nostra vita, il tempo e lo spazio, di essere accontentati in tutto e di farci rinunciare ai nostri giusti bisogni e desideri.

Quando i limiti e i confini in casa, in famiglia, tra i membri sono chiari, i bambini stanno meglio e noi con loro.

Il bambino fa il suo mestiere, come sempre, ma tocca a noi iniziare presto a insegnargli due degli aspetti più importanti per la sua buona crescita:

-          anche noi abbiamo i nostri bisogni, tempi e spazi;

-          non siamo a sua completa disposizione né ci facciamo comandare.

Occorre farsi forza per riuscire in questo, perché può venirci da pensare di non essere dei buoni genitori o di fargli un torto nel privarlo di ciò che gli spetta di diritto. Invece spesso dire “sì” a se stessi è il modo migliore di dire “sì” anche al nostro bambino.

I bambini più sereni e contenti sono quelli che hanno imparato a gestire anche i propri tempi di “solitudine” e noia, quelli ai quali è stato insegnato a fermarsi, ad ascoltare, a stare in silenzio per un tempo ragionevole fin da piccoli, a rispettare i confini tra sé e i propri genitori, a essere rispettati nei propri confini.

Anche questo è un buon contenimento, che offriamo loro e servirà, statene certi. La fatica che ci può costare è ben spesa.