I RITMI DELLA VITA

di Pier Paolo Gobbi

I frutti della buona crescita si vedono stagione dopo stagione, ma occorre seminare e averne cura per tempo, non confidare solo nella bontà della natura o nello scorrere dei giorni.

Facciamo due esempi che sono interessanti per il nostro discorso sulle regole:

-          Il ritmo azione/immobilità: non può iniziare a sei anni, quando a scuola è chiesto ad un bambino di stare fermo nel banco cinque ore o più. Per stare fermo deve distinguere il tempo del gioco da quello dello studio, sapere ascoltare e parlare solo quando tocca lui, rinunciare al suo piacere immediato, aver imparato a regolare le sue emozioni, a sopportare l’alternanza di piacere e frustrazione, a prestare attenzione a quanto sta fuori e dentro di lui. Non deve essere troppo distratto dall’incertezza circa il proprio valore e l’amore dei genitori.

Queste cose iniziano quando il bambino è piccolo, se è contenuto dentro ritmi regolari di sonno e veglia, soddisfazione e frustrazione, gioco e riposo, parola e ascolto, rispetto del suo spazio e di quello degli altri, amore e presenza coerenti e pazienti. Significa che la buona e serena esperienza scolastica è preparata anche dai piccoli no e le regole quotidiane che gli poniamo, dalla fatica che facciamo e che gli chiediamo di fare. Potremmo allora chiederci: un bambino che fatica molto a “stare” a scuola, come ha vissuto e appreso queste cose in precedenza? Cosa ci dice la sua fatica di contenimento a scuola? Come aiutarlo?

 

-          Il ritmo solitudine/compagnia: anche la “buona” solitudine inizia da piccoli, quando il bambino rimane qualche volta da solo nella culla o sullo sdraietto e magari si annoia. Piange, chiama, si lamenta. Possiamo correre da lui, ma potremmo anche lasciare che “peschi” risorse dentro di sé, presti nuova attenzione all’ambiente, impari a intrattenersi e giocare con quello che c’è. Potrebbe pensare e ascoltare la sua vita interiore, senza che noi ci inventiamo sempre cose da fare per lui, lo intratteniamo o rinunciamo immediatamente al nostro tempo e ai nostri giusti bisogni. Potrebbe… Certo, se corriamo subito ogni volta, queste belle cose non le scopre, né a cinque mesi né a otto anni. Forse nemmeno a diciotto…

Osservando i bambini di varie età con i loro genitori, si notano molte differenze su questo aspetto: bambini lasciati troppo a lungo da soli anche se strillano per richiamare l’attenzione (in vari modi, anche disobbedendo o a volte per esempio, quando sono più grandicelli, andando male a scuola per essere finalmente oggetto di attenzione dai genitori…), altri che sono subito sempre presi in braccio, assistiti, giustificati, in vari modi (dal ciucco subito pronto, ai compiti compilati di notte dai genitori ansiosi e che sempre giustificano il figlio).

 

IL BUON CONTENIMENTO

di Pier Paolo Gobbi

Il buon contenimento dei genitori  “muove” il bambino, lo fa crescere e per questo lo introduce gradualmente nei ritmi della vita e gli consente di parteciparvi con il giusto equilibrio tra sé e gli altri, le cose, lo spazio e il tempo.

Cerco di spiegarmi: se pensiamo a quello che abbiamo fatto oggi, ognuno ha fatto tante cose, alcune simili, come dormire, mangiare, parlare, ascoltare, altre invece molto diverse. Ma tutti abbiamo vissuto dentro dei ritmi generali, delle “matrici” che hanno dato forma e ordine a quello che abbiamo fatto. Quali sono questi ritmi?

Il ritmo io/tu, piacere/frustrazione, solitudine/compagnia, vicinanza/distanza, dare/ricevere, ascolto/parola, azione/immobilità, velocità/lentezza: il bambino deve essere introdotto a vivere questi ritmi e non lo può fare senza la nostra amorevole e paziente presenza.

Nel primo anno di vita è la relazione con il corpo dell’altro che gli consente di iniziare a distinguere il sé da ciò che è altro da sé, il suo interno dall’esterno: tocca e viene toccato, spinge ed è spostato, ecc.

Sono cose naturali, ma non si pensa mai abbastanza che questa percezione del sé corporeo va a costruire progressivamente anche altri aspetti che sono le colonne della vita: la distinzione psicologica tra sé e gli altri, quella affettiva ed emotiva di sentirsi oggetto d’amore e di sapere a sua volta amare, la scoperta di avere pensieri, emozioni desideri che sono solo propri e non si confondono con quelli degli altri.