I VALORI

(Eric de la Parra Paz)

La parola “valore” deriva dal verbo latino valere, che significa “essere sano”, “essere forte”, “avere la capacità di…”. Di qui parole come “valido, valente, valoroso”. Per educare i figli in modo responsabile, è indispensabile sviluppare in loro i valori. I valori sono collegati all’esistenza di tutte le persone; dietro ogni pensiero, sentimento e comportamento si trova sempre qualche valore. I valori ci danno la convinzione del fatto che una cosa è degna o spregevole, importante o inutile. Questi concetti sono in relazione diretta con le nostre convinzioni, atteggiamenti e giudizi quotidiani, e cominciano a formarsi fin dalla più tenera infanzia, trasformandosi in motori dell’esistenza umana.

Nella nostra mente, i valori si ordinano in una scala diversa per ognuno, determinando così la nostra identità. Ci comportiamo e reagiamo in un certo modo in dipendenza dei valori che orientano e reggono il nostro comportamento. Di fronte alla stessa situazione, due persone possono reagire in modo diverso a seconda della loro specifica scala di valori.

Man mano che il bambino acquisisce determinati valori, questi ultimi si trasformano in modelli comportamentali che iniziano a spiegare le sue decisioni e le sue azioni. Questo processo è strettamente connesso con l’evoluzione e la maturazione dell’individuo.
Nella prima infanzia, il bambino si adegua a una serie di regole che rispetta a causa dell’autorità esercitata dai genitori o per le conseguenza che ne derivano, e si evolve in modo da appoggiarsi sempre meno sulle regole esterne e sempre più sui principi assimilati dalla coscienza.

In ogni fase evolutiva entra in gioco una serie di valori che, pur essendo suscettibili di modificazione in dipendenza del mutare delle circostanze, costituiscono la sua base di riferimento.

Tra il momento in cui un valore è captato dal bambino e quello in cui viene completamente assimilato, intercorre un processo interiore un processo interiore.

Questo processo di costruzione e adozione dei valori è reso possibile dalle esperienze significative che i bambini condividono con i genitori e con le altre persone che fanno parte dell’ambiente in cui vivono. Per questo è fondamentale il fattore coerenza.

Nell’educazione dei figli, è essenziale che i genitori non siano inerti e non educhino “ a caso”, lasciandosi trasportare dagli eventi. Occorre invece che i genitori sappiano con chiarezza che tipo di vita desiderano per i loro figli, per poter pianificare e scegliere i valori fondamentali che desiderano trasmettere.

"L'ETA' DEI NO"

Luigi Domeneghini

L’età dei no è un periodo dell’infanzia durante il quale i nostri “pargoletti”, che già parlano bene, che già dicono “io”, rispondono con un bel “no” alle nostre richieste. Appare dopo i due anni e prosegue molto o poco tempo, a seconda dell’educazione che ricevono in famiglia. Il nostro “angioletto” ora sa che si può “dire di no” e lo dice per ottenere un risultato. Avrà successo? Gli sarà consentito di non fare ciò che rifiuta? Se si, recepirà come molto utile il comportamento e lo ripeterà applicandolo anche a situazioni nuove; se no, ci riproverà, ma – dopo alcuni o parecchi insuccessi – il famoso “no” si estinguerà. Dunque questa fase, può durare pochissimo e scomparire prestissimo se l’azione educativa è corretta.

Durerà molto per quei bambini i cui genitori danno un mare di ordini e non curano di farli eseguire (o impongono tanti divieti senza farli rispettare); questi bambini imparano che dire di “no” è efficace nel senso che ottengono ciò che vogliono, per cui entrano “nell’età dei no” e ci stanno benissimo. Spesso il genitore cede spinto dalle “sue” esigenze e non da quelle del figlio. Ecco talune frasi che ci diciamo per giustificarci: “Sono tanto stanco, faccia quello che vuole”; “Io sono così triste, almeno lui sia felice”. “Sto poco tempo con lui; perché dirgli di no?”; “Non sopporto di vederlo soffrire”; “Non voglio fargli mancare nulla”; “Lui mi ama, io lo amo, dunque lo accontento”, ecc. Invece bisognerebbe quantomeno adottare comportamenti preventivi, che evitino di facilitare la risposta negativa per esempio se diciamo: “Vuoi mangiare la minestrina questa sera?”. “Fa freddo, potresti metterti il cappotto!”. “Vuoi aiutarmi a preparare la tavola?”, ecc. è facile sentirsi dire un bel “no”. Meglio sarebbe proporre alcune scelte: “Mangiamo la minestra o la pastasciutta?”. “Fa freddo per cui puoi prendere o il giaccone o il cappotto”. “Questa sera puoi scegliere o sparecchi la tavola o asciughi i piatti”; ma molto meglio è sostituirle con un’affermazione: “ Questa sera c’è la minestra”. “Ora ti metti il cappotto per uscire”. “Aiutami a preparare la tavola”. Così dicendo la risposta negativa non è ammessa.

“L’età dei no” ha, invece, vita brevissima per coloro i cui genitori non cedono, sono capaci di far rispettare la richiesta, l’ordine o il divieto con assoluta certezza. In questo caso il bambino impara subito che il “no” è inutile e cessa di utilizzarlo.

In conclusione: il “no” è uno strumento con il quale il bambino “prova” i genitori e gli educatori e lo fa per capire fin dove può spingersi. Sta “andando oltre” certo, ma alla ricerca di un limite che “vuole” dall’adulto, il quale solo lo può e lo deve dare con un chiaro sistema di regole familiari rispettabili e rispettate. Questo limite è fonte di sicurezza per chi lo riceve, perché stabilisce i confini entro cui può muoversi. Il non incontrare regole o la loro poca chiarezza e coerenza, oppure un “no” ed essere accontentato crea nel bambino un senso di abbandono dettato dal sentirsi in balia di se stesso e questo lo rende insicuro e, tutto sommato, infelice.