#MISERICORDIASEMPLICE

Scritto da Super User.

Un anno dedicato alla misericordia, significa trasformare la terra in cielo, e per poter cominciare a parlare abbiamo provato a vederele "le opere" di misericordia.
Due citazioni per ragioanre con chi ha già ragionato sulla misericordia:
Affidiamo la gente alla misericordia di Dio, ma noi non ne dimostriamo alcuna George Eliot
Al di fuori della misericordia di Dio non c'è nessun'altra fonte di speranza per gli esseri umani Giovanni Paolo II


Abbiamo cominciato con caravaggio...

Caravaggio Sette opere di Misericordia 1607 NaplesDove sono le Sette Opere Di Misericordia? 
Nella donna che allatta il vecchio si riconoscono: il "dar da mangiare agli affamati" e il "visitare i carcerati". Qui Caravaggio ha fatto ricorso a personaggi leggendari : Cimone e Pero. "Il vecchio  Cimone era stato condannato a morte , e questa doveva essere per fame . La giovane figlia Pero gli fa visita , ed avendo da poco partorito un piccino, gli porge il seno gonfio di latte per nutrirlo . Quando viene scoperta dai funzionari , questi vengono fortemente impressionati dall'immenso altruismo del suo gesto e commossi liberano il vecchio Cimone" . La storia è riportata nel nono libro di una raccolta redatta dallo storico romano Valerio Massimo che raccoglie gli " Atti e detti memorabili degli antichi romani " ( De factis Dictisque Memorabilibus Libri IX ) e cita l'episodio come un grande gesto di pietà filiale ed onorabilità romana. Spesso, infatti, ci si riferisce a questo episodio definendolo "Caritas romana".
nel personaggio che si disseta con l’acqua che sgorga dalla mascella d’asino (Sansone), si riconosce il "dar da bere agli assetati". Qui è stato fatto ricorso al personaggio biblico. "Sansone bevve, il suo spirito si rianimò, ed egli riprese vita". (Imprese di Sansone contro i Filistei).
Nel giovane dal cappello piumato (San. Martino) che divide il suo mantello con l’ignudo e si rivolge al personaggio accasciato, riconosciamo il "vestire gli ignudi e visitare gli infermi" e il "visitare gli infermi". Qui è stato fatto riferimento all’agiografia popolare. "Si narra che San Martino camminando per la strada vide un vagabondo che coperto di soli stracci non riusciva a ripararsi dal freddo e dalla pioggia. Voleva dargli del denaro così che potesse comprarsi una coperta ma non aveva neanche uno spicciolo in tasca. Così diede metà del suo mantello al vecchio. Per la strada San Martino non riusciva a ripararsi dal brutto tempo ma in poco tempo uscì il sole. La notte San Martino sognò Gesù che lo ringraziava mostrandogli la metà del mantello, quasi per fargli capire che il mendicante incontrato era proprio lui in persona". Il cappello piumato non è indice di una condizione nobiliare del personaggio ma è ancora una volta un personaggio di estrazione popolare ripresa dai dipinti del periodo romano. Nei personaggi infatti non si percepisce alcune traccia dell’estrazione sociale di tipo nobiliare proprie dei committenti mentre invece tutti appartengono ad un dimensione popolare.
Nell’oste che indica l’alloggio ai due pellegrini, riconosciamo il "dare alloggio ai pellegrini". Anche qui c’è riferimento al personaggio dell’agiografia popolare Jacopo di Compostella.
Nel becchino e nel diacono con la torcia che va ripetendo l’ufficio dei morti, riconosciamo il "seppellire i morti".

Quali sono le opere di misericordia corporale e spirituale?

Le sette opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Concordi poi nel dire che non è semplice mettere in atto questa misericordia in maniera oeprativa abbiamo provato a guardare a chi è riuscito a trasformare la misericordia in una misericordia semplice, quotidiana. Riportiamo qui un pezzo di un'intervista/reportage fatto a Madre Teresa di Calcutta...

MISERICORDIA SEMPLICE
"reportage" dell'incontro che il giornalista e scrittore Tiziano Terzani ebbe con lei a Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia»

Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati dall'età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande? ». «Perché voglio scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui... », ha detto, alzando gli occhi al cielo. Poi s'è fermata, ha preso le mie mani nelle sue - grandi, tozze e già un po' deformi - e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri... Vada a lavorare un po' nella casa dei morenti». Madre Teresa era tutta lì. Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella "Casa Madre" sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L'ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell'Assam, dove Madre Teresa è andata a inaugurare il primo "rifugio" in India per le vittime dell'Aids, un'altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali, "ostracizzati" dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie. Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato: "casa per i derelitti morenti" dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro, in disaccordo con questa interpretazione dell'esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov'è disteso una sorta di "fagotto" d'ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d'aria. Una suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L'hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso». Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c'è bisogno che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un perfetto "esercizio spirituale" per spogliarsi dei propri pregiudizi, per lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto per spiegarci tutto. Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: "amore in azione". Semplice».

Tiziano Terzani ("Avvenire", 4/9/’07)

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